“Per me si va nella città dolente” non è solo una citazione dotta quando a cantarla è un giovane rapper aquilano come quelli che hanno prodotto Voci dal Cratere vol.2, la seconda raccolta di rime dalla zona devastata dal sisma nell’aprile 2009. Se il primo volume raccontava le tribolazioni della “gente a cui nulla più sembrerà allucinante” tra tendopoli, deliri mediatici e lo strapotere del duo Berlusconi-Bertolaso, il secondo ci racconta una realtà fatta di promesse non mantenute, incertezze per il futuro di una città che è ormai fantasma.
“L’Aquila due zero uno uno / il cratere è un baratro senza pace per nessuno”, recita Ridono di Noi, scritto e inciso da Tettaman nel centro sociale Casematte all’Aquila, uno dei pochi luoghi di socialità rimasti in quella che ormai è una città fantasma. Un pezzo che incarna le due anime di Voci del Cratere: da una parte il dolore e la rabbia accumulati dopo due anni di macerie e di emergenza, dall’altra la rivendicazione della lotta dei cittadini che, per quanto possibile, hanno cercato di aprire spazi di partecipazione nella gestione del dopo-terremoto. Canta ancora Tettaman: “Le voci un anno dopo non hanno intro / e tirarle fuori ora vuol dire scontro”, uno scontro concretizzatosi nelle manganellate ricevute dagli aquilani in corteo a Roma il 7 luglio 2010, quando erano andati a chiedere conto di più di un anno di ricostruzione mancata, e i suoni di quello scontro si possono sentire in più di un pezzo della raccolta. Quelli che alle 3 e 32 del 6 aprile vagava tra le macerie mentre altri già ridevano pregustando quella che sarebbe stata una delle più grandi speculazioni edilizie di tutti i tempi e che ci è stata venduta invece come un miracolo, concludono: “La democrazia si chiama dittatura / e se hai paura / resta dove il sistema è ancora intatto / le vetrine brillano, e il programma fa il suo effetto […] essi ridono, con l’esercito per le strade / a mantenere il vuoto nella zona, e l’eco delle loro risate”.
“Il freddo delle notti all’Aquila non ha rimedio / Bruno ti facciamo un plastico del dito medio” dicono i rapper della storica Anonima Crew nel loro brano 28 mesi dopo: “sento blaterare assemblee cittadine/dite quello che vi pare, il nostro sangue è concime […] il trucco lo conosco / 28 mesi dopo la città va via senza un saluto / shock in my town come Franco Battiato”. Il tempo è passato, Bruno Vespa si è dato ai modellini di navi di crociera, Monti è il nuovo Berlusconi e Bertolaso sembra non essere mai esistito, ma per gli aquilani il dopo-terremoto è appena iniziato: “sto in una città fantasma / vedi che tutto è desolato / muto, vuoto, disabitato / come 28 giorni dopo / la rabbia genera mutazioni / in città siamo già quasi tutti zombie […] e non abbiamo più ambizioni / abitudini abitazioni / abbiamo solo sistemazioni / affinché il sistema funzioni”.
“Ancora non dormo se sogno mi sveglio sudato / uno per il terremoto / due per il boato / tre e trentadue il comitato / io non ridevo e non ho dimenticato”, è il ritorno della crew Souleloquy dopo un lungo silenzio con Manifesto, la denuncia di un mondo in cui ci sono quelli che non fanno testo, intrappolati tra le macerie del disastro naturale e le conseguenze di quella catastrofe tutta artificiale che è la crisi. “Parlo nel nome di chi non si è salvato / o chi si è visto il futuro crollare col muro di lato / il mio soffitto è crepato / il mio profitto è crollato / come la metti la metti so’ rimasto inculato / il mio curriculum vitae è finito nel water bloccato / nell’iter di aziende private con ibride entrate”. Con più di ventimila cartelle esattoriali di Equitalia emesse su una popolazione che a stento arriva alle sessantamila unità, l’esasperazione degli aquilani cresce invece di diminuire.
“Tutto quanto diverso in questa città / c’ho messo due anni a rifarmi un’identità” canta Zirko nel pezzo in cui racconta degli ultimi due anni passati lontano dall’Aquila, portato sulla costa da una gestione dell’emergenza che ha fatto dello spopolamento della città una soluzione che per molti è ormai permanente. “Ora sto lontano e con la mano la saluto / e la mia testa resta lì perché è lì che so’ cresciuto / spero mi perdoni anche se sono un po’ distante / vorrei solo che vedesse quanto mi so’ fatto grande”. In quale città continuerà la sua crescita, lui come tanti altri, non ci è dato saperlo, ma come canta Devon in La Mia Città, “so passati due anni dalla terra che tremava / ma il futuro è ancora nero come il fumo del ketama”, con la ricostruzione bloccata da una burocrazia avvilente, la mancanza di fondi dovuta agli sprechi del piano C.A.S.E. e una mancanza pressoché totale di volontà politica di affrontare il problema. Forse, di fronte all’ennesima tragedia italiana dimenticata, non resta altro che fare come Zirko: “scrivo per sputare tutto l’amaro che ho dentro / così che pure tu possa capir come mi sento / non posso lamentarmi, mi è andata pure bene / la mia è soltanto un’altra voce dal cratere”. (testo e foto di jános)
Voci dal Cratere vol.2 – Compilation di autofinanziamento degli spazi sociali autogestiti dell’Aquila, promossa da ZRK & comitato 3e32.
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