Dopo Manduria, il consiglio dei ministri sceglie l’ex caserma Andolfato di S.Maria Capua Vetere (CE), come centro di accoglienza provvisorio per i profughi nordafricani provenienti da Lampedusa. La struttura, che in passato era usata come deposito della Protezione civile, confina con il carcere militare, con il quale condivide un alto muro di cinta sovrastato da cocci di bottiglia, che tiene lontano gli occhi indiscreti e scoraggia ogni tentativo di fuga. La tendopoli montata dai vigili del fuoco del comando provinciale di Caserta è attrezzata con un centinaio di tende da otto posti ciascuna. Il 4 aprile sbarca al porto di Napoli la nave San Marco della marina militare con 471 profughi, solo due giorni dopo la nave civile Excelsior, con 531 persone. Sono trasportati a Santa Maria tramite autobus scortati dalla polizia.
Alla Croce Rossa è affidata la gestione della tendopoli, ai medici dell’Asl il compito della prima visita medica, che precede l’identificazione degli immigrati da parte delle forze dell’ordine. A nessuno è permesso di entrare per verificare le condizioni dei tunisini, tranne che agli addetti ai lavori. Nei giorni seguenti avvengono scontri tra polizia e immigrati. Successivamente parte lo sciopero della fame. A causare le tensioni è il mancato rilascio dei permessi temporanei di soggiorno associato ad accuse di presunti maltrattamenti e gratuite angherie subite. Nel giro di una settimana vengono indette due manifestazioni di solidarietà da attivisti dei movimenti che richiedono il rilascio immediato dei detenuti. Cominciano i primi trasferimenti.
La sera del 21 aprile, con un decreto del ministero dell’interno, la caserma che ospita ancora circa duecento immigrati arrivati tre giorni prima, viene trasformata in Cie (Centro di identificazione ed espulsione), ovvero in un luogo dove possono essere trattenuti gli stranieri per cui si dispone l’espulsione con accompagnamento coatto alla frontiera, con lo scopo di assicurarne l’effettività. Il 2 maggio, durante una visita ispettiva, il senatore Marco Perduca riscontra che «le persone dormono su dei materassini appoggiati direttamente a terra, le condizioni sono improvvisate, inadeguate e non sfiorano gli standard minimi adeguati per la vivibilità». «Qualcuno di loro è ferito, due almeno hanno una gamba fratturata e riferiscono di essere stati investiti da un cellulare della celere nei giorni di maggiore protesta», denunciano gli antirazzisti. «Qui è come Guantanamo», gridano nel frattempo i tunisini.
Un fotoreportage di Marco Casino – marcocasino.com



