Il cinema e la letteratura hanno rappresentato spesso il mondo che ruota intorno al pugilato, sviluppando retoriche della violenza disciplinata e del disagio. A pochi è venuto in mente finora di interrogarsi sull’evoluzione di questo sport epico, a partire dai pugni micidiali del “bombardiere nero” Joe Louis fino ai cazzotti delle ultime generazioni di pugili provenienti dai paesi dell’est. Sarà per via del fascino che risiede dietro quei pugni, oppure per il significato misterioso che porta un uomo a salire sul quadrato per sfidare innanzitutto se stesso, ma di fatto la boxe è una metafora sovraesposta alle interpretazioni stereotipate da parte di occhi poco allenati, salvo qualche preziosissima eccezione. Persino Albert Camus scrisse che “la boxe è un rito che semplifica tutto, il bene e il male”.
Semplificazioni a parte, dietro ad alcuni film (brutti) sul pugilato c’è qualche buon libro (basti pensare al capolavoro di F.X.Toole, Lo sfidante, da cui Eastwood ha tratto il suo Million dollar baby). Tra i libri apparsi di recente c’è un buon lavoro di Antonelli e Scandurra su una storica palestra bolognese, la Tranvieri (Tranvieri, etnografia di una palestra di pugilato, Aracne edizioni, 15 euro). La palestra di boxe qui diventa non solo un luogo in cui si accumulano storie individuali connesse al passato collettivo, ma anche la chiave per riflettere sulle trasformazioni di una periferia bolognese, fotografando i cambiamenti di un quartiere e dei suoi nuovi abitanti.
Tra i documentari vale la pena di ricordare quello del maestro Frederick Wiseman, Boxing gym, e un significativo lavoro di Marcello Sannino, Corde (vedi Napoli Monitor, numero 31). Riguardo alle novità cinematografiche, The fighter, la vera storia del pugile Mickey Ward, si aggiunge ai film di genere sulla nobile arte. Infine c’è Tatanka, il film di Giuseppe Gagliardi, tratto da un racconto di Roberto Saviano, Tatanka scatenato. Gagliardi ne trae un film di genere che si piega ai soliti cliché. Storia di giovani che si accostano al pugilato, sola apparente ancora di salvezza nel territorio dilaniato della provincia campana. A vestire i panni del protagonista è Clemente Russo, pugile campione del mondo dilettanti e vincitore della medaglia d’argento alle Olimpiadi di Pechino (tra le comparse ci sono i migliori pugili dilettanti, come Vincenzo Mangiacapre e Raffaele Munno).
Il risultato dovrebbe essere una favola e forse per un pubblico avido di storie drammatiche a lieto fine potrebbe apparire come tale. Eppure, lo sfondo sul quale si evolve la storia è verosimile, anche se distorto dalla macchina da presa in modo inverosimile. Tatanka sembra essere proprio ciò di cui lo spettatore ha bisogno in questo momento: favole reali, finzioni veritiere e ambigue, riscatto da una condizione svantaggiata, violenza disciplinata contro quella sleale, l’eterna lotta tra il bene e il male. È la storia prevedibile di un ragazzo che nasce e cresce in un territorio in preda agli scontri tra i clan e al coprifuoco, Marcianise, in provincia di Caserta (anche se per furbizia narrativa il luogo non è mai definito e tanto meno definibile). Due ragazzi vivono rubando macchine, perdendo i loro giorni nei bar. Michele sogna di partecipare alle Olimpiadi, ma tra lui e il traguardo c’è un destino già segnato in apparenza.
La narrazione è orchestrata bene, sono utilizzati tutti i trucchi e gli intrecci del cinema d’azione e gli ingredienti necessari alla fascinazione verso il dramma di una terra in cui il pugilato sembra essere l’unico strumento di riscatto. Le scene hanno una patina di finta realtà e i dialoghi sono macchinosi. È una storia molte volte raccontata, sostenuta qui da un ritmo frenetico. Nonostante sia un pugile l’attore principale, esteticamente sono prive di verosimiglianza persino le scene dei combattimenti, laddove i pugni sono accompagnati da improbabili suoni a effetto e i combattenti grondano litri di sangue. Il risultato è un film a metà tra la brutta copia del Gomorra di Garrone e i film come Lassù qualcuno mi ama. Clemente Russo fa la sua parte, anche se per un appassionato di pugilato è sempre meglio vederlo combattere su un vero ring contro il russo Chakhjiev e alle prossime Olimpiadi di Londra piuttosto che recitare drammatizzando la sua falsa vita. Tatanka tenta di essere, senza riuscirci, una riflessione sull’occasione della vita, quella che Michele ha preso al volo e che altri hanno gettato via. Prossimi ai ragazzini armati di Garrone, i giovani personaggi di Gagliardi soccombono al peso delle immagini prescritte, prevedibili. Senza avere il linguaggio radicale e potente del film di Garrone, Tatanka dimostra di averne compreso la lezione. «Dobbiamo puntare sulla spettacolarità», esclama a un certo punto del film l’amico guappo Rosario al pugile antieroe Michele. In definitiva, anche quest’ultimo film sulla boxe, sembra aver puntato soprattutto a questo. (andrea bottalico)















