È difficile, se non impossibile, fare sintesi di una vita così intensa, intessuta di lotte, pratiche anti-manicomiali e ricerca. È difficile anche solo provare a raccontare, a chi non l’abbia conosciuto, chi fosse Sergio Piro. «Mi chiamo Sergio Piro e sono uno psichiatra, benché questo termine non mi piaccia molto», è il significativo incipit di una sua conversazione con gli studenti. Il campo di ricerca di Sergio Piro ha spaziato dalla semantica alla filosofia, dalla linguistica alla musica classica, dall’antropologia alla psichiatria.
Il libro “Quando ho i soldi mi compro un pianoforte. Conversazioni con un protagonista della psichiatria del ‘900″, di Sergio Piro e Candida Carrino, Liguori Editore, 2010 (pp.: 144, € 16,90) è il frutto di una lunga intervista realizzata da Candida Carrino in più incontri, e ripercorre a briglia sciolta l’intensa vita di Piro (nato nel 1927, si è spento a Napoli nel 2009), intrecciando ricordi personali, temi della ricerca, analisi dei movimenti antipsichiatrici e delle lotte per la salute mentale. Viene raccontata per intero la fase che apre il via ai movimenti di critica psichiatrica, di cui fu anticipatore e poi, probabilmente, la figura di maggior rilievo nel Mezzogiorno. Una fase che, successivamente, definirà come quella della lotta anti-istituzionale e delle esperienze territoriali.
La sua esperienza inizia con la direzione dell’ospedale psichiatrico Mater domini di Nocera superiore. Qui tra il 1965 e il 1969 realizza il primo esperimento di ospedale aperto e comunitario, secondo in Italia dopo quello di Franco Basaglia a Gorizia. Si confronta con l’abbandono manicomiale, i letti di contenzione, i dispositivi di violenza psichiatrica. Avvia un percorso complesso, di riforme e di aperture nelle quali sono coinvolti, non senza difficoltà, ma in modo determinante, infermieri e familiari. Costretto al licenziamento, per il contrasto con la proprietà dell’ospedale psichiatrico, Sergio Piro proseguirà la sua esperienza negli ospedali napoletani del Frullone e del Leonardo Bianchi, nella progressiva fase che porterà alla loro chiusura e al loro smantellamento. La continuità dell’esperienza e della passione politica di Sergio Piro è inesauribile e lo porterà negli anni più recenti a sostenere con simpatia il movimento no-global e a impegnarsi per la chiusura dei manicomi giudiziari.
Accanto a questo, la produzione scientifica di quella che è sicuramente, assieme a Basaglia, la figura di maggiore spessore culturale del movimento di critica psichiatrica. Costituisce ancora oggi, sicuramente, un riferimento fondamentale, non solo per i tecnici della materia, il libro “Le tecniche della liberazione” che pubblicò nel 1971, con Feltrinelli. Una produzione estesa, che negli ultimi anni si concentrerà nella ricerca cosiddetta “diadromico trasformazionale”.
Nella lettura di questa intervista si ritrova la sua immediatezza e il suo fascino narrativo. È un libro utile per chi intende ripercorrere il suo percorso scientifico o anche semplicemente vuole farsene un’idea, prima di affrontare la lettura dei suoi testi. E lo è, a nostro avviso, perché, mai come in questo caso, è impossibile separare la biografia dalle opere. Perché nella sua vita si riconosce la coerenza di chi ha saputo mantenere il rigoroso equilibrio tra l’esigenza metodologica che la ricerca e la pratica scientifica richiedono e il desiderio politico della trasformazione. Perché è nell’indipendenza dal potere, non solo quello istituzionale, ma anche quello che deriva dal proprio status di psichiatra, che si misura per intero la sua grandezza morale e intellettuale. (dario stefano dell’aquila)















