“Disvelare il senso comune dietro cui si nasconde il pensiero dominante e il suo potere egemonico”, è l’ambizioso obiettivo annunciato come incipit del volume Nuova Panda, schiavi in mano, curato e redatto dal Gruppo Lavoro, composto da studenti e ricercatori precari, edito da Derive Approdi. Il collettivo autore del volume ha coinvolto operai e rappresentanti sindacali dello stabilimento Fiat di Pomigliano al fine di analizzare lo stato delle relazioni industriali in seguito allo sconvolgimento seguito al diktat di Marchionne, e contemporaneamente con lo scopo di fornire uno strumento pratico e uno stimolo intellettuale a chi volesse farsi carico delle istanze rivendicate in questo ultimo anno dai metalmeccanici.
Il volume rispolvera il concetto di lotta di classe e vuole contrastare una strategia dal peso ideologico equivalente e speculare, ovvero la necessità di rendere socialmente accettabile un capitalismo basato sullo sfruttamento senza controllo e sulla neutralizzazione di ogni conflitto. Smascherare il potere egemonico che si è fatto senso comune tramite una campagna mediatica orientata, vuol dire innanzitutto sfatare il mito di una convergenza di interessi tra padroni e operai per mantenere nel proprio paese gli investimenti a scapito dei diritti conquistati nel corso degli anni. Per gli autori, la leggenda dei vantaggi reciproci derivanti da una collaborazione tra imprenditori e metalmeccanici rappresenta un falso storico che si intende perpetrare nel presente. Negli anni Sessanta i lavoratori rivendicavano il salario come variabile indipendente nonostante la congiuntura sfavorevole, la risposta fu il controllo del tasso di inflazione per creare disoccupazione e sfiancare la loro resistenza. Adesso si vuol far credere che a un aumento della produttività corrisponderà la salvaguardia del posto di lavoro e una corrispettiva crescita graduale del salario. Invece ciò porterà solo a una maggiore disoccupazione a causa di un mercato del settore ormai saturo.
Non passa sotto traccia la presenza di Mario Tronti, fondatore negli anni Sessanta della rivista Quaderni Rossi e autore di un saggio che conclude la stesura del libro. Il suo intervento non si rifà però al passato operaista caratterizzato dal rifiuto di ogni delega a partiti e sindacati. Egli guarda piuttosto con rimpianto a Berlinguer, capace di intuire la posta in palio durante i giorni in cui gli operai occupavano lo stabilimento di Mirafiori nel 1980, offrendo il proprio sostegno e la propria presenza fisica in fabbrica. In sintonia con lui, il resto del Gruppo accoglie con enfasi il rinnovato protagonismo operaio, ma constata con amarezza il limite delle singole lotte sul territorio, destinate a essere apprezzabile ma sterile resistenza in mancanza di una guida politica che le canalizzi e le organizzi a livello globale.
Scarso spazio occupano nel libro le testimonianze degli operai. Esse rappresentano più che altro il supporto per rafforzare una tesi precostituita, piuttosto che un punto di partenza per dare vita a un lavoro di ricerca sulla loro condizione esistenziale. Del resto le storie degli operai di Pomigliano perdono per tutti la propria specificità nel momento in cui la loro fabbrica cessa di essere un caso unico di scarsa produttività nel panorama nazionale, per diventare semplicemente il primo sito dove iniziare la normalizzazione di tutti gli stabilimenti. Portando via con sé al tempo stesso tutti i pregiudizi antimeridionali che erano stati alimentati per farla sembrare una spiacevole eccezione. (marco borrone)















