Mentre la crisi finanziaria, ormai risalente al lontano 2008, si abbatte a folate sul continente europeo e sull’Italia, c’è chi si concentra sulla famosa economia reale, diffondendo dati noti (anzi notissimi) da tempo. La Banca d’Italia, con una lungimiranza che raramente gli viene riconosciuta, continua a descrivere l’evoluzione, in atto già da anni, del nostro sistema economico. Il posto fisso? Non esiste più, meno del venti per cento di chi entra nel mercato del lavoro, la fascia compresa tra i diciotto e i trentaquattro anni, ha un contratto a tempo indeterminato. Ormai a farla da padrone sono i vari contratti a termine o di somministrazione (compreso lo staff leasing e il contratto a chiamata).
È un bene? È un male? È la realtà. E solo ora gli attori principali del mondo del lavoro, ovvero i sindacati, paiono rendersi conto che tra cinque o dieci anni al massimo la maggioranza della popolazione attiva sarà formata da persone con questi tipi di contratti e sopratutto con questo approccio al mondo del lavoro. Ovviamente alla diffusione di questi dati vi sono state diverse reazioni, ma ho trovato soprattutto interessante quella del collettivo San Precario sul Fatto Quotidiano.
“Flexsecurity? no grazie”. Ora, aldilà del titolo, sembra di poter condividere due assunti di fondo: il primo è superare la precarietà, il secondo è che la riforma del lavoro in questo senso non fa nessun passo avanti. Condivido pienamente la seconda affermazione, come ho scritto anche nel precedente post, e ovviamente anche la prima è condivisibile in teoria: il collettivo parla di una secur flexibility per arrivare a una politica del lavoro in due tempi: flessibilità e garanzie all’inizio e posto fisso poi.
Non sono d’accordo. Se è evidente a tutti che il mondo del lavoro oggi non è più quello dei contratti a tempo indeterminato, se è altrettanto evidente che “indietro non si torna” ma si deve guardare avanti, allora le due cose più sensate da fare sono: dare un vero quadro normativo e di diritti alla flessibilità, aumentare sensibilmente il livello degli stipendi. È innegabile, infatti, che la mancanza di tutele e di una reale organicità delle regole che dovrebbero gestire le nuove forme contrattuali e stipendi da fame sono i veri problemi dell’economia reale.
Se non c’è crescita economica, se l’Italia si sta avvolgendo in una pericolosa spirale di stagflazione, colpa è (anche) dell’attuale assetto del mondo lavorativo. Se un giovane lavora poco e male, guadagnando una miseria, come farà ad andare a vivere da solo? Come farà a mettere su una famiglia, o semplicemente farsi una vacanza? Sembrano banalità, ma sono tutti punti del “sacro” Pil, che senza i consumi sta lì al palo. Quindi vi è bisogno non solo che oggi il lavoro flessibile sia davvero tutelato – e intendo dire che alle tipologie contrattuali vadano applicate le stesse regole che valgono per i contratti a tempo indeterminato: ferie, maternità, permessi ecc. - ma anche che sia anche meglio remunerato. Altrimenti di cosa camperebbe poi il cittadino che si ritrova a cercare lavoro tra un contratto e l’altro?
Il costo del non lavoro non va scaricato sulla società o sullo Stato (o sulle famiglie), ma su coloro che dal “non lavoro” traggono vantaggio: le aziende. Che quando non assumono hanno costi inferiori, ma quando danno lavoro lo devono pagare, e più questo lavoro gli permette di non avere “impegni” (il tempo indeterminato), più deve essere remunerato. Invece l’Istat ci fa sapere che la media degli stipendi degli italiani, basata anche su quelli dei dipendenti, è quasi la stessa di dieci anni fa: ventinove euro in più per essere esatti. Qui sta il cuore del problema, e a me sembra che invece tutti continuino ad essere concentrati sul problema “precarietà/stabilità”, ma mi domando: a che serve avere il posto fisso se poi guadagni mille euro al mese? (luca de berardinis)
















By Alfredo agosto 2, 2012 - 12:47 pm
Ciao,
ell’ultimo paragrafo scrivi ‘Il costo del non lavoro non va scaricato sulla società o sullo Stato (o sulle famiglie), ma su coloro che dal “non lavoro” traggono vantaggio: le aziende.’
Ma come? Se io ho un’azienda, per esempio produco pantaloni, e impiego 10 persone dove sta il non lavoro? Come fa un’azienda a trarre vantaggio dal ‘non lavoro’. Che concetto è?
Potresti spiegarti meglio?
Grazie
By luca de berardinis agosto 2, 2012 - 5:08 pm
Ciao alfredo,
prima di tutto ti ringrazio per la domanda. E’ sempre un piacere poter rispondere ai lettori. Mi rendo conto di essere stato un tantino “criptico” in quell’affermazione, cercherò di spiegarmi meglio.
Quando un’azienda assume un lavoratore a tempo indeterminato ha tutta una serie di costi che vanno dalle ferie pagate ai periodi di malattia, fino ai permessi sindacali. Questi sono tutti costi di “non lavoro” sostenuti dalle aziende. Mentre quando gli operai vengono messi in cassa integrazione siamo noi cittadini a sobbarcarci il costo della non produzione, ma non sempre, la CIG straordinaria ad esempio è in parte sostenuta dai versamenti delle aziende (che poi scaricano le tasse ma questa è un’altra storia).
Ebbene in caso di contratti “flessibili” tutto questo non si verifica: l’azienda non paga ferie, non paga indennità, non paga malattie e non contribuisce alla eventuale disoccupazione o inattività (la cassa integrazione di cui sopra) del lavoratore.
Risparmia insomma un bel pò di soldi. Soldi che dovrebbe invece spendere ugualmente ma questa volta sotto forma di stipendio più alto.
Insomma io credo che se vogliamo uscire dal vicolo cieco nel quale ci siamo ficcati, il discorso vada impostato così: assumi a tempo indeterminato? Benissimo paghi uno stipendio medio e ti assumi tutti i costi del “non lavoro”, invece vuoi assumere con contratti “flessibili”? Ottimo allora visto che non ti carichi di costi paghi uno stipendio il 50% più alto al lavoratore.
Tutto qui.
Saluti
luca de berardinis