«Sono la madre di tutti i ragazzi dispersi nel Mar Mediterraneo». Così Faten inizia il suo lungo discorso davanti alla telecamera di un giornalista italiano. Il suo volto da quindicenne buca lo schermo. Da marzo 2011 Faten aspetta di sapere che fine ha fatto sul fratello, partito con una barca alla volta di Lampedusa e scomparso nel nulla. È morto? È vivo? È in Italia o in qualche altro paese europeo? Nessuno gli dà una risposta e da quasi un anno ormai Faten e la sua famiglia vivono con questo dolore. Cercano di condurre la vita di tutti i giorni, ma è difficile starsene tranquilli e calmi quando l’incertezza sulla sorte di un proprio caro ti logora a poco a poco. Faten ha deciso di non rimanere in silenzio, a Tunisi è una delle donne più attive del collettivo dei parenti dei dispersi, organizza manifestazioni, sit-in, convegni, parla in pubblico e scrive lettere alle istituzioni italiane e tunisine, affinchè qualcuno faccia qualcosa. Non sarebbe difficile: basterebbe un incrocio di dati, sarebbe necessario verificare se le impronte digitali dei dispersi siamo state registrate nei centri per migranti presenti sul territorio italiano; un lavoro che probabilmente ruberebbe alle nostre autorità pochi giorni, ma che nessuno si vuole prendere la briga di svolgere. Così le mamme, i papà, i fratelli e le sorelle dei 680 ragazzi tunisini dispersi aspettano da quasi un anno. Ora però sono esausti, non possono più aspettare. Sei di loro hanno deciso di colmare il silenzio delle istituzioni da soli: il 28 gennaio scorso sono saliti su un aereo, destinazione Sicilia, e sono andati a cercare i propri figli nei centri per migranti presenti sull’isola.
Faten, come la maggior parte dei parenti dei dispersi, ha ben chiara la causa della scomparsa di suo fratello: la politica migratoria europea, che limita il diritto alla circolazione e che costringe le persone a viaggi disperati. Una nota positiva, in tutta questa vicenda, c’è: la lotta di Faten, portata avanti assieme al collettivo dei parenti dei dispersi, ha fatto centro. Dopo venti anni di silenzio finalmente il governo tunisino ha iniziato a parlare di immigrazione e a capire in che termini affrontare la questione. La speranza è che da qui a pochi mesi la Tunisia vari una nuova legge sull’immigrazione che tenga in considerazione le richieste del popolo. (marzia coronati)
La voce e le richieste dei familiari dei dispersi e degli attivisti che li stanno affiancando in questa battaglia possono essere ascoltate nell’ultima puntata di Passpartù















