Leonardo Sacco, giornalista e scrittore, amico di Carlo Levi e Adriano Olivetti, è stato testimone delle principali vicende storico-politiche del Mezzogiorno. Originario di Matera, fu direttore della rivista Basilicata, intorno a cui, a partire dalla metà degli anni Sessanta, si coagulò una minoranza critica promotrice di inchieste e dibattiti in grado di suscitare l’irritazione dell’establishment democristiano, abituato a un ben più morbido trattamento.
La figura di questo intransigente meridionalista, oggi novantenne, viene onorata con la ripubblicazione, dopo trent’anni, di uno dei suoi libri più importanti Il cemento del potere (Basilicata editrice), uscito la prima volta nel 1982 per la De Donato, una tra le principali case editrici meridionali del passato recente. Il libro, che ha come sottotitolo “Storia di Emilio Colombo e della sua città”, affronta la nascita e il consolidamento di quello squilibrio assistito, che da sempre caratterizza l’economia e la società meridionale, proponendo una riflessione antropologico-culturale sull’intreccio di interessi tra classe politica e borghesia imprenditoriale “rapinatrice”. L’analisi prende spunto dall’ascesa di Emilio Colombo all’interno della DC intrecciata profondamente con le vicende del “sacco di Potenza”, ovvero le vicende della politica edilizia che, nel volgere di vent’anni, resero il capoluogo lucano un mostro di cemento.
Giovane prodigio dell’Azione Cattolica, deputato alla Costituente, più volte sottosegretario e ministro (Agricoltura, Lavori pubblici, Tesoro, Finanza, Esteri, Commercio estero, ecc.) e, addirittura, presidente del consiglio nel 1970 anno in cui in il paese si ritrovò a fare i conti con la rabbia e con il malessere popolare di Reggio Calabria, Colombo fu archetipo di quel sistema di intermediazione che per decenni finì per alimentare una borghesia meridionale incolta, parassitaria e avvezza al “particolare”. Una delle figure più bizantine della politica meridionale, sempre ammantata da un’oratoria fumosa e retorica. Nello sviluppo urbano di Potenza si possono leggere con chiarezza i segni della distanza crescente tra pianificazione e qualità della vita. Come argomenta lucidamente Sacco, è sbagliato credere che il caos urbanistico della città sia stato esclusivamente frutto del caso. Potenza fu, invece, sapientemente pianificata. La capacità di creare periferie problematiche, vere e proprie emergenze sociali, quartieri dormitorio, anche quelli cosiddetti residenziali, in una piccola città di provincia, è da addebitarsi a un disegno perverso finalizzato esclusivamente all’interesse privato. La vicenda ha inizio nell’anno 1954 quando la città venne fatta rientrare , con un decreto ministeriale, in un elenco di comuni obbligati alla redazione di un Piano Regolatore Generale. A tal proposito fu indetto un concorso nazionale per uno schema di PRG, vinto, nell’anno 1959, dalla proposta più corrispondente alle aspettative della classe politica cittadina, interessata a tutelare gli enormi interessi speculativi che ruotavano attorno al centro storico. Il piano fu adottato dal comune di Potenza, una prima volta nell’anno 1962, e prevedeva un centro storico da risanare completamente e da destinare ad attività terziarie, commerciali e residenziali, favorite da una ristrutturazione generale della viabilità. Fu una pacchia per l’imprenditoria edile locale che, appoggiata dalla classe politica, quando non immessa essa stessa nei ruoli politici, da un lato stravolse il vecchio tessuto urbanistico, dall’altro portò a compimento la sua progressiva chiusura in una corona di edifici multipiano, completamente estranei alle caratteristiche del vecchio nucleo ed edificò indiscriminatamente, lungo le pendici del colle, gran parte delle aree libere.
Il piano, approvato definitivamente nell’anno 1971, fu sottoposto più volte in consiglio comunale a varianti e modifiche che, rispondendo alle sollecitazioni dei “palazzinari”, aumentavano indici volumetrici e limiti di altezza. Nel solo anno di approvazione si costruirono ben ventunomila vani. In questo modo la città poté continuare a espandersi in piena libertà, con grande soddisfazione degli imprenditori edili locali, a dispetto delle più elementari norme di buonsenso e di pianificazione urbanistica. Il risultato di questo processo fu quello di rendere difficile la fruizione da parte dei cittadini della parte storica della città che fu condannata a una lenta agonia, aggravata dal trasloco massiccio, in periferia, degli uffici pubblici e di molte attività private, dove nel frattempo si erano spostate le attenzioni degli speculatori. Il cemento, metaforicamente inteso in senso politico, divenne quindi padrone di Potenza. Anni dopo in un reportage, il giornalista Camillo Langone tracciava questo quadro della città: “…dal ponte di Montereale si vede una città luccicante a forma di anfiteatro, alti palazzi in area a elevato rischio sismico, che costituiscono un solo enorme reato, di là dai palazzi una villettopoli in cui ogni edificio è un abuso edilizio, di là dalla villettopoli, montagne disboscate che scendono come una frana che smotta a valle. Dove c’è un’area libera, una zona verde, ecco spuntare enormi casermoni a più piani, costruiti senza un progetto armonico, messi a caso, dove capita, tra strade strette e tortuose. Il verde è sparito e là ove ancora rimane qualche piccolo spazio, vedi non aiuole fiorite,ma erbacce e munnezza (…) Le conseguenze maggiori dei tanti cantieri aperti in contemporanea si ripercuotono sul traffico, sempre caotico, ora impazzito: lunghe file di auto da un capo all’altro, a tutte le ore…”. In pratica una città divorata nella sua essenza, luogo di sottrazione, in cui ogni cittadino, senza sapere esattamente perché, avverte con chiarezza questo senso di privazione. Un saccheggio questo certamente inserito nel disastro ambientale che la classe dirigente democristiana promosse più in generale in tutto il paese, ma che nella città lucana si andò sovrapponendo anche a connotati squisitamente meridionali. L’emanazione di un “partito dell’edilizia” che sovrastava qualsiasi altro gruppo di potere. L’affermazione di una sorta di baronato edile urbano famelico e distruttivo. Il gioco perverso di lavori pubblici che diventavano sempre più fini a se stessi. Il cemento del potere, come scrisse Geno Pampaloni, rimane un caposaldo della letteratura meridionalista, soprattutto per lo stile e per il metodo di approccio ai fatti. E oggi che il meridionalismo pare moribondo, rileggendo le sue pagine è quasi impossibile non provare una profonda nostalgia per la migliore tradizione intellettuale meridionale, quella che fu anche di persone come Carlo Levi, Guido Dorso, Rocco Scotellaro e Manlio Rossi-Doria. (alfredo amodeo)















