Finalmente, dopo mesi e mesi di discussioni, ripensamenti, scioperi e scontri politici, la riforma del lavoro è diventata legge. E come era facilmente prevedibile nessuno è realmente soddisfatto del testo approvato. C’è chi ha detto che si tratta di una boiata e chi vi ha visto il classico topolino partorito dalla montagna.
A guardarla da un certo punto di vista, ovvero quello dei giovani, questa riforma rispecchia esattamente le condizioni particolari, politiche e sociali, nelle quali è stata concepita: non c’è organicità, non si intravede un obiettivo reale al quale la legge punti e sopratutto manca totalmente di coraggio. Inevitabile quando a scriverla e a votarla è stato un governo non eletto, appoggiato da una “non maggioranza”, con il “non contributo” delle organizzazioni sociali come confindustria e i sindacati.
Non si è riusciti a ridisegnare il mondo del lavoro e a riscriverne le regole per ottenere un modello che sopratutto sia più dinamico e più equo per le nuove generazioni alle prese con il primo impiego. E così ci si deve “accontentare” di qualche piccola concessione e del tentativo di “limare” alcune delle più clamorose storture che la cattiva applicazione della legge Biagi, o meglio la cattiva traduzione in legge del progetto del professore, e anche del pacchetto Treu hanno generato.
Prima di tutto c’è una lieve stretta sulle partite Iva, vera e propria “pietra dello scandalo”: se fatturi per più di otto mesi consecutivi in un anno solare a un solo soggetto (il datore di lavoro dissimulato) o più dell’80% di quanto fatturato proviene da una sola fonte, allora siamo di fronte a un contratto di lavoro subordinato (oppure Co.co.co.) e non certo alla prestazione di un professionista autonomo. Si poteva fare di più, per esempio sanzionando le aziende che ricorrono a tale strumento, ma siamo almeno di fronte a un primo passo.
Stesso discorso per il salario minimo per i Co.co.co. e i Co.co.pro. Ammettere che vi era esigenza di una norma che stabilisse che un lavoratore a progetto debba prendere almeno il minimo salariale previsto dai contratti collettivi nazionali delle corrispondenti figure con contratti subordinati, è più o meno dichiarare che fino a oggi si era perfettamente consapevoli di una situazione di “sfruttamento legalizzato” a cui si cerca così di mettere una piccola pezza, tanto per far risultare che anche i precari a progetto prendono uno stipendio quanto meno decente. Lo sforzo fatto dal governo in questa direzione è davvero minimo – non so dire se per totale mancanza di sensibilità verso i giovani o per i paletti voluti dall’area Pdl-confindustria – oltre che a essere di breve portata.
Sicuramente più efficace la norma che riconsidera i criteri per il calcolo del computo dei trentasei mesi. In pratica se prima un lavoratore superava tale periodo temporale sommando i contratti a tempo determinato stilati con il medesimo datore di lavoro, doveva essere assunto a tempo indeterminato, ma non così era se i trentasei mesi erano raggiunti sommando contratti a tempo determinato e contratti di altra natura, come i Co.co.co., per esempio. Ora invece in qualunque forma un lavoratore abbia prestato la propria opera presso lo stesso datore di lavoro, superati i trentasei mesi scatta la conversione. Si tenta così di arginare il “malcostume” di molte aziende che alternando contratti a tempo determinato con altri di somministrazione riuscivano a evitare di dover assumere il lavoratore anche per periodi davvero lunghi, ben oltre i tre anni.
Di segno opposto invece la norma che cancella la motivazione dai contratti a tempo determinato. Ora il primo contratto, fino a dodici mesi di durata, potrà essere stipulato senza che il datore di lavoro debba rendere note le esigenze e i limiti che giustificano il ricorso a tale forma di assunzione. E se pure è vero che molte delle clausole erano giustificazioni molto generiche, e quindi non è che cambi molto, viene meno la tutela giurisdizionale: ovvero in sede di impugnazione davanti a un giudice, il lavoratore poteva “dolersi” dell’irregolarità del contratto poichè mancante di motivazione, ed era il datore a dover fornire la prova che esistevano davvero esigenze di temporaneità legate a motivi economici o della posizione lavorativa. Insomma si trattava di una tutela forte per il lavoratore che oggi viene meno.
Infine due parole, perchè di più non merita, la ridicola norma sugli stage e i tirocini. Dovranno essere retribuiti, anche con un forfait o un rimborso spese, altrimenti il datore di lavoro rischia una multa: da mille a seimila euro. Praticamente più o meno quanto avrebbe dovuto pagare, o forse anche meno, il lavoratore. E forse in questa ultima norma sta tutto lo spirito della riforma del lavoro: uno sforzo inutile in un paese dove la disoccupazione giovanile è ormai oltre il 30%. (luca de berardinis)















