In Italia ci sono duecentomila avvocati. Tanti, tantissimi, tra questi i praticanti. Giovani, e meno giovani, che esercitano la professione, anzi la “imparano”, legati a un dominus che spesso non li paga, o concede loro un rimborso spese di trecento o quattrocento euro mensili. Questo per due anni. Cose risapute, una sorta di schiavismo volontario, tacitamente accettato da molti anni, ma non per questo giusto.
I racconti, che ormai appaiono con regolarità sui siti dei giovani praticanti, parlano di orari massacranti, anche dieci o dodici ore, e “rituali” che non fanno certo onore alla giustizia italiana: come fare ore di fila per iscrivere una causa a ruolo, o girare come trottole tra i vari centri di liquidazione delle società assicurative per tentare di chiudere i famigerati “sinistri” stradali che ormai occupano una fetta sempre più ampia dell’attività di un avvocato, in particolare di quelli partenopei (i risarcimenti liquidati dalle compagnie assicurative in Campania si concentrano per più dell’ottanta per cento degli importi solo a Napoli e Caserta).
La novità è che molti avvocati cominciano a denunciare la loro situazione di precarietà anche dopo aver superato il terribile esame di stato: secondo la cassa forense i giovani legulei, meno di trentacinque anni, denunciano in media tra i venti e i venticinquemila euro annui. Il che non sembrerebbe proprio poco, ma dai vari siti che sono nati per dare voce ai neo avvocati, ti avvertono che sono cifre a cui bisogna sottrarre i versamenti previdenziali. Per cui sarebbe corretto dire che lo stipendio si aggira sui mille euro, o poco più. Certo non quello che sognavano dopo anni di università, praticantato, studio ed esami. E sopratutto con lo sguardo rivolto sempre ai dati della cassa forense: i legali over sessantacinque, dichiarano mediamente quattromila euro al mese.
Un divario enorme che fa emergere ancora una volta il ritratto di un Paese soggetto a una gerontocrazia ancora più forte dove siano presenti gli ordini professionali, vere e proprie caste, collettori di lavoro altamente qualificato a basso, bassissimo costo. Diego De Silva ha raccontato in due divertenti libri, Non avevo capito niente e Mia suocera beve, il mondo dell’avvocatura napoletana: che a suo dire si è inactivito, ma tutto questo è dovuto alla precarietà di chi vive e lavora in un settore ormai troppo affollato. E forse, come fanno rilevare i ragazzi di praticanti.com come di tanti altri siti, tutto questo è dovuto anche alla mancanza di un vero e proprio sindacato, all’assenza di uno spirito di categoria che spinga chi lavora nel settore a chiedere con più forza una tutela unificata, in particolare per la retribuzione dei praticanti, prevista dalla riforma ma mai seriamente applicata. In mancanza di ciò continua a valere, per i professionisti affermati, la vecchia massima romana: divide et impera. (luca de berardinis)















