Qualche tempo fa il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, ha ribadito di fronte ai cronisti che la crisi è anche colpa dei giovani italiani, che sono abbastanza fannulloni e a riprova di ciò ha testualmente affermato: «Nel nostro Paese gli immigrati regolari lavorano tutti. Fanno i mestieri che i giovani si rifiutano di prendere in considerazione».
Ora a parte lo stupore che suscita questa affermazione in bocca a un ministro in quota Lega, non c’è nulla che non sia corretto: secondo i rapporti del governo stesso, per essere più precisi del ministero delle politiche sociali, gli stranieri che si sono stabiliti regolarmente in Italia, non solo lavorano, ma addirittura “tirano” l’economia del Paese. A fronte di una crescita, nel 2009 per esempio, che ha stentato a raggiungere l’1%, la “quota migranti”, si è assestata intorno al 6,5%. Ancora: contribuiscono al gettito fiscale con trentatre miliardi di euro, e pagano sette miliardi e mezzo di euro di contributi previdenziali ogni anno. Non male, non c’è che dire.
Eppure, anche il rapporto del ministero ammette che il 2010 è stato un anno terribile anche per la componente più “dinamica” della nostra economia. La disoccupazione è aumentata in ogni settore. Colpa della crisi economica che ha di fatto “azzerato” gli investimenti delle aziende. Eppure il lavoro non mancherà quando si comincerà a vedere la ripresa. Infatti, sempre secondo le stime ufficiali, la popolazione italiana invecchia, e lo fa rapidamente, senza venire adeguatamente “rimpiazzata”. Infatti già nel 2008 a fronte di due milioni di persone giunte all’età pensionabile, solo un milione e mezzo entravano nel mercato del lavoro. Un buco di mezzo milione che viene “riempito” dagli stranieri che lavorano qui, dalle donne e dagli stessi lavoratori “anziani” che rientrano nel mercato.
Di fronte ai dati ci si chiede allora come mai i lavoratori stranieri, la “locomotiva” dell’Italia, restino dei cittadini di serie b (per dirne una, non hanno il diritto di voto). Proprio loro che andrebbero valorizzati come esempio, loro che di certo non sono bamboccioni. (luca de berardinis)















