Una recente rilevazione dell’Eurostat ci dice che in Italia ci sono più di quindici milioni di persone che non lavorano: inattivi, le definisce il rapporto. Rappresentano il 37,99% del totale della popolazione potenzialmente in età da lavoro, circa quaranta milioni, e tra questi si possono trovare ben tre milioni e mezzo di persone che una occupazione ormai non la cercano nemmeno più, anche se si dichiarano “disponibili a lavorare”.
Per capire la differenza basti pensare che la media europea degli inattivi è del 28%, ovvero undici punti in meno, e che uno dei dati che maggiormente preoccupa riguarda i giovani, europei, tra i 15 e i 24 anni che rientrano nella categoria dei “neet” (coloro che non studiano e non lavorano): il 90% non ha mai avuto una esperienza lavorativa. In Italia il fenomeno è particolarmente avvertito e una delle cause va ricercata senza dubbio nella difficoltà di cercare un impiego (avevamo già parlato su questo blog dei trentatre mesi che un giovane può perdere nel tentativo di lavorare a fronte di contratti della durata media di sei mesi). Ma non solo. Secondo uno studio di Claudio Lucifora e Laura Comi, entrambi economisti collaboratori de La Voce, nel Belpaese non si fa formazione. Coloro che riescono a ottenere un impiego in pochissimi casi, circa l’8,8%, riescono anche a crescere dentro l’azienda e a migliorare così la propria preparazione professionale. Il motivo è da ricercare proprio nella breve durata dei contratti di inserimento, da tre mesi a un anno, predisposti dalle aziende che in tal modo sono disincentivate a investire nella formazione a causa della continua “rotazione” del personale.
Il risultato pratico è quello di ottenere una schiera di lavoratori non solo atipici e precari, ma anche poco preparati e che quindi trovano poi difficoltà a “reinserirsi” nel mondo lavorativo. I due autori parlano anche dei frequenti “abusi” con i quali le aziende ricorrono ai contratti di apprendistato, che dovrebbero essere i più formativi, che finiscono per essere un’altra odiosa forma di precarietà lavorativa. Alcune regioni, come la Toscana e l’Umbria, stanno cercando di porvi rimedio introducendo, in via sperimentale, gli Ila (individual learning account), una sorta di “formazione continua individuale” anche per coloro che hanno contratti atipici. Ma, viene da pensare, forse sull’apprendistato e sulla formazione in azienda, si sarebbe potuto vigilare di più. Compito che sarebbe toccato al ministero del lavoro, certo, ma anche ai sindacati che evidentemente erano invece presi da tutt’altro.
In un recente articolo pubblicato su Linus, Stefano Feltri, redattore economico del Fatto Quotidiano, se la prende con il partito dei “vecchi”, accusando chi si straccia le vesti per la pensione dei cinquantenni di oggi di non pensare affatto a quella che, forse, percepiranno i giovani di oggi. Vale lo stesso discorso anche sulla qualità del lavoro e sulle tutele tra chi entra nel mondo del lavoro e chi ci sta già da un bel pò. La Fornero piange in conferenza stampa, ma l’Italia è piena di professionisti in “lacrime di coccodrillo”. (luca de berardinis)















