«È stato come andare a una festa piena di gente, dove la musica è così alta che non si riesce a parlare e a capire le parole di nessuno. La mattina dopo torni a casa con la consapevolezza di avere partecipato a una cosa bellissima ma senza avere bene capito cosa è successo». Così uno dei protagonisti del documentario I nostri anni migliori racconta il suo viaggio dalla Tunisia all’Italia a seguito della caduta della dittatura di Ben Alì. Assieme a quello di altri quattro suoi compagni di viaggio, il suo racconto ricostrusce un pezzo di storia che la maggior parte dei media italiani e internazionali ha raccontato con superficialità e liquidato troppo in fretta.
A dare voce ai cinque giovani tunisini arrivati in Italia a marzo scorso sono stati i registi Stefano Collizzolli e Matteo Calore, della casa di produzione ZaLab. L’idea è nata quando sono iniziate ad arrivare le prime barche a Lampedusa, subito dopo la caduta di Ben Alì. «Sentivamo parlare di quello che stava accadendo solo in termini di invasione, emergenza, orde di clandestini – raccontano i due registi – termini grotteschi e inadeguati, se si pensa che in quei giorni sono arrivate poco più di ventimila persone, in un Paese che di abitanti ne ha circa sessanta milioni». Non solo: accendere i riflettori sull’emergenza ha significato anche spegnerli sul motivo per cui queste persone partivano. Stefano Collizzolli e Matteo Calore hanno pensato che tutti quei ragazzi arrivati a Lampedusa e smistati nei centri di accoglienza avevano un potenziale incredibile: erano reduci da una rivoluzione, con ancora le immagini negli occhi e le sensazioni nel cuore della rivolta di cui erano stati protagonisti fino a qualche giorno prima, immagini e sensazioni che nessuno chiedeva loro di raccontare e tirare fuori e che stavano diventando una miccia pronta a esplodere negli animi dei migranti. Così sono andati nei centri di Manduria, Mineo, Palazzo San Gervasio e, muniti di telecamera, hanno chiesto ai ragazzi di raccontare quello che avevano vissuto in Tunisia. Gli intervistati si sono aperti in lunghi e bellissimi racconti, pieni di vita e di emozione, che oggi possono essere ascoltati guardando il film, una delle poche testimonianze di come chi ha lasciato la Tunisia in rivolta ed è arrivato in Italia ha vissuto la dittatura e ricorda i giorni della rivoluzione. (marzia coronati)
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