(copertina di cyop&kaf)

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Il fiume e la piazza

La piazza è ancora il luogo più adatto dove far nascere le rivoluzioni? Negli ultimi anni, guardando fuori dal nostro cortile – in Turchia, in Iran, nel Magreb, per esempio – sembrerebbe di sì, anche se poi quelle stesse rivoluzioni rischiano continuamente di essere soffocate, travisate, di trasformarsi nel loro contrario.

Il 16 novembre scorso sembrava che qualcosa di importante stesse per accadere anche dalle nostre parti. Le strade, le piazze di Napoli annaffiate da una pioggia incessante, ma soprattutto invase da un “fiume in piena” alimentato da sorgenti lontane, nate in tutto il territorio metropolitano in questi anni difficili; gruppi e comitati che ingrossandosi lungo il cammino confluivano con le loro richieste e proposte nella grande città. Un fiume di persone che reclamava la fine dell’avvelenamento delle terre e dei roghi tossici, la tutela della salute pubblica, la bonifica dei luoghi inquinati, una strategia politica all’altezza della mobilitazione popolare.

Da allora il fiume dei comitati sembra essersi sfilacciato in tanti rivoli. Le sorgenti di nuovo distanti tra loro, quasi prosciugate, incapaci di rimettersi in comunicazione, di imporre ai governi locali e nazionali le soluzioni nate nel dibattito in piazza. Così gli spazi pubblici napoletani sono tornati alla routine abituale, luoghi di transito frenetico e irregolare, campi di battaglia per appetiti commerciali contrapposti, vuoti assediati da gente ossessionata dalla voglia di riempirli, fulcro di progetti urbanistici e architettonici opinabili, quasi mai a misura d’uomo e soprattutto messi in opera sempre fuori tempo massimo.

Pag. 2 e 3 - Anime perse alla Ferrovia - Piazza Garibaldi, porta della città, ha sempre ospitato transiti e migrazioni. Dal Risanamento di fine Ottocento che rase al suolo fondaci e vicoli fino alle attuali comunità di stranieri. Oggi il cambiamento passa per la metro e la nuova stazione

Pag. 4 e 5 - Municipio giorno e notte - Il luogo dove sorge il palazzo del governo comunale ha cambiato spesso identità nel corso dei secoli. Semplice slargo attorno al Castello, sede dei palazzi del potere, porta verso un mare sempre più invisibile. Oggi, a causa dei cantieri, non è più una piazza

Pag. 6 e 7 - Al centro (storico) del nulla - Dal centro di Benevento, dove anche un vicolo più largo della media può diventare una “piazza”, alla movida delle piazzette del centro di Napoli, dove gli spritz si mandano giù a stomaco vuoto e ci si può sentire soli in mezzo a migliaia di persone

Pag. 8 e 9 - Vanvitelli e l’ultimo dandy – Nel cuore del Vomero, tra i forzati dello shopping e gli studenti dei licei circostanti, si consuma l’epopea malinconica di Sergio Five, ossessionato dalla bella vita e dalla ricerca di compagnia. Un mondo antico superato dall’avvento della “società del bar”

Pag. 10, 11, 12 e 13 - Breve storia di un abusivo – Piazza Mercato ha il selciato intriso del sangue di decine d’esecuzioni, da Masaniello ai giacobini, fino ai morti ammazzati di oggi. Ma è anche un parcheggio a cielo aperto, un campo di calcio che scheggia le ginocchia, lo sfondo di una vita picaresca

Pag. 14 e 15 - I fantasmi del bunker – Un gruppo di giovani abitanti di Soccavo decide di riaprire e gestire in modo autonomo un parco da tempo abbandonato, risvegliando un passato che era stato messo a tacere anni prima, e che cambierà il modo di guardare il posto in cui vivono

Pag. 16 e 17 - Tutte le sfide di Pino Mauro – Da Villaricca a New York la storia del re della sceneggiata e della canzone napoletana in America. Il successo da adolescente nel dopoguerra, il teatro popolare, la rivalità con Merola e il trionfo macchiato. Passando per Palermo e il carcere dell’Ucciardone

Pag. 18 e 19 - Dodici pollici - Musica: Gli ultimi rap; Luoghi: Madrid romanzo urbano; Teatro: Enzo Moscato; Libri: A tutto campo

Con i testi di - francesco ceci, marcello anselmo, marzia romano, riccardo rosa, umberto piscopo, francesca saturnino, luca rossomando

e i disegni di - cyop&kaf, ottoeffe, escif, malov, de_be, rosario vicidomini, diego miedo

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Bufera sul prefetto di Caserta: aveva dato le chiavi della Reggia a Cosentino per fare footing. Contestualmente gli italiani lo mandavano in parlamento per fare qualcosa di simile, ma con una vocale in meno.

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Ritornanti

“Avevo dimenticato i piccoli esseri che incontravo tutti i giorni per i vicoli e le rampe, le scalette e le piazzette, che congiungono i quartieri alla collina verde.” [...] Sentivo che una parte della popolazione presente era di anime morte. Anime di ritornanti”.

Ritornanti (parole da un non luogo), in scena dal 13 al 18 marzo al San Ferdinando, prende spunto da questa riflessione di Anna Maria Ortese. Lo spettacolo cuce insieme frammenti, estrapolati dai lavori di Moscato, di temi, parole, personaggi da sempre cari al drammaturgo. Rappresentato per la prima volta nel 1992, stavolta lo spettacolo si fa carico di un valore aggiunto: l’omaggio a Salvio Moscato, fratello dell’autore, scomparso esattamente un anno fa, che “ritorna” in vita prestando la sua voce registrata al corpo di Carlo Guitto. E quest’apparizione è anche un saluto, come lo fu “Il sogno di Giruzziello”, qualche anno fa.

Sfondo, ma anche soggetto primario della narrazione è ancora una volta Napoli, di cui Moscato ci restituisce l’autenticità pura, ormai defraudata e perciò scomparsa. Questo è uno dei maggiori pregi del suo teatro. Napoli, raccontata attraverso ciò che Anna Maria Ortese (citata esplicitamente in scena) definisce “i ritornanti”: anime perdute, evanescenti ma eterne, che nel loro scomparire e riapparire misteriosamente, rispecchiano l’anima, la storia, la vita di questa città.

I ritornanti di Moscato sono le puttane, i femminielli, i fantasmi. Come Little Peach, spogliarellista stanca, incazzata e sofferente che Cristina Donadio mette (letteralmente) a nudo con una performance intensa e ammaliante. Come le tre bazzeriote napulitane, povere meretrices sfruttate da spagnoli e francesi e poi sbattute in carcere “pecchè a’ munnezz’ primma s’usa e po’ si abusa”- raccontate dal giovanissimo (e per questo ancora inesperto) Giuseppe Affinito. Oppure come il trans di Cartesiana, che dal Molo Beverello intraprende il viaggio che “tutti gli invertiti di Napoli fanno”, per cambiare i loro connotati.

L’episodio centrale, il più notevole assieme al monologo della Donadio, è tratto da Spiritilli. Moscato è solo sul palco. La scenografia è scarna, come le luci di scena, affidate a candele dentro copertoni d’auto; un solo fascio dall’alto gli illumina il volto, che è sempre più simile – come Edoardo o Carmelo Bene – a una maschera. Così accade che, nel narrarci le peripezie di Nannina e Totore alle prese con una casa infestata da fantasmi, lui stesso sembri un munaciello: anima errante, custode di storie antiche dette in una lingua antica, che suona così diversa dal dialetto sguaiato e urlato dei nostri giorni. Moscato parla quasi sottovoce, le parole si susseguono come in una litania, un rituale. Un rituale andato perso, e che invece qui ritorna, rivive e che rappresenta la bellezza e la potenza di quest’opera. La parola è l’oggetto della perenne ricerca di Moscato, che spinge corpo e linguaggio in una dimensione quasi onirica, e li fa interagire con altre realtà, ai limiti della grammatica, della musica, delle contaminazioni.

Ritornare, in questo senso, significa ri-creare: avere anima e corpo sempre pronti, mettersi in discussione, donare nuova vita al testo. E questo non è da tutti. Un autore/attore del calibro di Enzo Moscato non avrebbe certo bisogno di stupirci ancora, ma sceglie invece, di uscire di nuovo fuori dal tracciato e mettere in pratica il senso più puro del teatro: il gioco, la mancanza di certezze, il sogno. Come scriveva Artaud, autore molto caro al drammaturgo, “il teatro è la palestra dell’anima”. E l’anima non si adagia. (francesca saturnino)

 

 

 

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Bufera sul prefetto di Caserta: aveva dato le chiavi della Reggia a Cosentino per fare footing. Contestualmente gli italiani lo mandavano in parlamento per fare qualcosa di simile, ma con una vocale in meno.

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