“Avevo dimenticato i piccoli esseri che incontravo tutti i giorni per i vicoli e le rampe, le scalette e le piazzette, che congiungono i quartieri alla collina verde.” [...] Sentivo che una parte della popolazione presente era di anime morte. Anime di ritornanti”.
Ritornanti (parole da un non luogo), in scena dal 13 al 18 marzo al San Ferdinando, prende spunto da questa riflessione di Anna Maria Ortese. Lo spettacolo cuce insieme frammenti, estrapolati dai lavori di Moscato, di temi, parole, personaggi da sempre cari al drammaturgo. Rappresentato per la prima volta nel 1992, stavolta lo spettacolo si fa carico di un valore aggiunto: l’omaggio a Salvio Moscato, fratello dell’autore, scomparso esattamente un anno fa, che “ritorna” in vita prestando la sua voce registrata al corpo di Carlo Guitto. E quest’apparizione è anche un saluto, come lo fu “Il sogno di Giruzziello”, qualche anno fa.
Sfondo, ma anche soggetto primario della narrazione è ancora una volta Napoli, di cui Moscato ci restituisce l’autenticità pura, ormai defraudata e perciò scomparsa. Questo è uno dei maggiori pregi del suo teatro. Napoli, raccontata attraverso ciò che Anna Maria Ortese (citata esplicitamente in scena) definisce “i ritornanti”: anime perdute, evanescenti ma eterne, che nel loro scomparire e riapparire misteriosamente, rispecchiano l’anima, la storia, la vita di questa città.
I ritornanti di Moscato sono le puttane, i femminielli, i fantasmi. Come Little Peach, spogliarellista stanca, incazzata e sofferente che Cristina Donadio mette (letteralmente) a nudo con una performance intensa e ammaliante. Come le tre bazzeriote napulitane, povere meretrices sfruttate da spagnoli e francesi e poi sbattute in carcere “pecchè a’ munnezz’ primma s’usa e po’ si abusa”- raccontate dal giovanissimo (e per questo ancora inesperto) Giuseppe Affinito. Oppure come il trans di Cartesiana, che dal Molo Beverello intraprende il viaggio che “tutti gli invertiti di Napoli fanno”, per cambiare i loro connotati.
L’episodio centrale, il più notevole assieme al monologo della Donadio, è tratto da Spiritilli. Moscato è solo sul palco. La scenografia è scarna, come le luci di scena, affidate a candele dentro copertoni d’auto; un solo fascio dall’alto gli illumina il volto, che è sempre più simile – come Edoardo o Carmelo Bene – a una maschera. Così accade che, nel narrarci le peripezie di Nannina e Totore alle prese con una casa infestata da fantasmi, lui stesso sembri un munaciello: anima errante, custode di storie antiche dette in una lingua antica, che suona così diversa dal dialetto sguaiato e urlato dei nostri giorni. Moscato parla quasi sottovoce, le parole si susseguono come in una litania, un rituale. Un rituale andato perso, e che invece qui ritorna, rivive e che rappresenta la bellezza e la potenza di quest’opera. La parola è l’oggetto della perenne ricerca di Moscato, che spinge corpo e linguaggio in una dimensione quasi onirica, e li fa interagire con altre realtà, ai limiti della grammatica, della musica, delle contaminazioni.
Ritornare, in questo senso, significa ri-creare: avere anima e corpo sempre pronti, mettersi in discussione, donare nuova vita al testo. E questo non è da tutti. Un autore/attore del calibro di Enzo Moscato non avrebbe certo bisogno di stupirci ancora, ma sceglie invece, di uscire di nuovo fuori dal tracciato e mettere in pratica il senso più puro del teatro: il gioco, la mancanza di certezze, il sogno. Come scriveva Artaud, autore molto caro al drammaturgo, “il teatro è la palestra dell’anima”. E l’anima non si adagia. (francesca saturnino)















