Andata: tarda mattinata, stazione centrale. Devo andare in un paese dell’agro nocerino sarnese, perché mi tocca lavorare lì per cinque settimane. Il luogo è fuori mano ma non troppo, ha ben tre stazioni e bus di due differenti aziende che lo raggiungono. Così recita il sito del comune. Purtroppo però è tardi, e i treni passano presto, sono fatti per i lavoratori di una volta, quelli che alle otto e trenta timbravano il cartellino. Io vado a lavorare quando mi richiedono, perché sono flessibile.
Flettendo flettendo mi reco al gabbiotto che funge da biglietteria degli autobus. Mi rispondono che non fanno servizio di biglietteria per i bus in questione, e ne ignorano gli orari. Per sapere quando posso partire, devo recarmi di fronte a un vicino hotel, dove troverò un tabellone informativo che mi illuminerà. Mi reco sul posto ma non trovo nessun tabellone. Però trovo un bel po’ di gente assiepata in attesa. Chiedo se sanno qualcosa degli orari che mi servono. Tutti stringono le spalle. Un signore più creativo mi consiglia di chiedere al vicino bar. Entro nel bar e chiedo: scusi, sa mica gli orari… Lui conosce già la domanda e non mi lascia finire: no. Nessuno li conosce. Ti devi mettere lì e aspettare. Se passa lo prendi. E se invece non passa? Penso… Inizio a riflettere per ricordare di quale dei miei colleghi ho il numero di telefonino, e quale di questi è automunito. Ne individuo uno. Chiamo… Sono molto fortunato. Il suddetto sta effettivamente partendo con la sua auto, e non è troppo lontano da dove mi trovo. Lo raggiungo e riesco grazie a lui a giungere a destinazione in tempo.
Ritorno: alcuni giorni dopo, alle sette in punto di mattina mi reco alla stazione del paese. So di avere due possibilità, alle sette e mezza e alle otto e mezza, e questa volta non voglio rischiare di perdere le mie chance. Alle sette e dieci entro nella stazione con passo spedito. Noto due binari. Penso che sia inutile guardare su quale dei due binari passerà il mio treno, dato che ne conosco l’orario. Ma qualcosa mi dice di controllare. Vicino all’orario del mio treno vedo un simbolo raffigurante un bus. La stazione è chiusa (come tutte le stazioni di provincia mi hanno detto) ma, girando intorno all’edificio, mi imbatto in un signore, che, a quanto pare, la abita. L’ex atrio della stazione è infatti diventato un povero ma confortevole salotto. Chiedo a lui se sa dove passerà il mio bus. Mi guarda stupito: «Quale bus?» «Quello che sta scritto qui», rispondo. Lui ride: «Ma quello non è vero! Io vivo qui e di autobus per Napoli non ne ho mai visti. Né alle sette e mezza né alle otto e mezza. Mi dice che solo un autobus passa talvolta di lì ma porta nel centro del paese. Mi consiglia di attenderlo, arrivare “in centro”, aspettare un altro bus che mi porterà a Nocera, e da lì informarmi su come raggiungere Napoli. Penso che sia impossibile che l’orario ufficiale delle ferrovie italiane menta, e che il signore voglia prendersi gioco di me. Anche perché il poster giallo recita, in grassetto, “orario in vigore fino all’undici dicembre duemilaundici”.
Vedo un altro signore in lontananza, lo raggiungo correndo e provo a chiedere delucidazioni. È tutto vero, non sono stato preso in giro. Anzi, è in forse anche il bus che porta “in centro”. Deve prenderlo anche lui, dice. Mi consiglia, se voglio proprio salirci, di andare sulla strada principale, dato che spesso l’autista tralascia la deviazione verso la stazione. Mi avvio, il signore non mi segue, resta lì con uno sguardo molto filosofico. Cinquecento metri dopo, nei pressi di un panificio, trovo il fantomatico bus, fermo. L’autista sta mangiando una pizzetta all’interno del locale. Lo identifico e gli chiedo se la pianificazione del mio viaggio tracciata dai miei precedenti interlocutori è fattibile. Lui me la sconsiglia. Dice che, finita la sua pizzetta, “mi accompagnerà” dove sta il bivio dell’autostrada. Se passa, spiega, da lì passa sicuramente. Partiamo dopo qualche minuto in direzione opposta alla stazione. Io lo informo che un signore tanto gentile stava aspettando cinquecento metri fa. Lui fa inversione e “lo andiamo a prendere”. Gli racconto la mia disavventura. Come è possibile che l’orario ufficiale delle ferrovie menta? Lui si volta e mi guarda stupito. «Ma tu sei italiano?», mi chiede. (piccì)















