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detenzioni
22 Giugno 2026

Alla ricerca delle galere perdute. Dopo la richiesta d’ergastolo per Curcio e Moretti

Giovanni Iozzoli
(disegno di roberto-c.)

Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, al buio, sepolta da strati e strati di polvere.

Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla memoria collettiva. Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre città compare qualche scritta politicamente un po’ forte. O quando c’è da pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti. Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella “polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti.

Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri, dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol. La richiesta dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo. Lo stesso pm Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo –, ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee.

Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio. Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche  pc e una specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai più nulla.

La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce, esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003. Il suo 41 bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è destinata a durare in eterno. Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima.

Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia poco: sempre a ostinati ergastoli finisce.

Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che era stato respinto al termine del primo grado di giudizio. Si era partiti nel 2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice” associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di ogni tipo. Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene in ostaggio la città di Torino. Così la logica emergenziale attraversa con metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha ripreso a scendere in strada.

Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi, le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro, come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare. Anche loro dovranno imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e senza giustizia – come Margherita Cagol –, con il processo infinito a quella lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale. L’eredità che la Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli ergastoli – è davvero un lascito miserabile. (giovanni iozzoli)

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