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ambiente
26 Gennaio 2026

Ciclone Harry. Il patriottismo della catastrofe che ignora la crisi climatica

Demetrio Marra

(archivio disegni napolimonitor)

Il ciclone Harry ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali, spingendo le autorità locali a chiedere lo stato d’emergenza. In molte aree si sono registrati accumuli pluviometrici fino a circa 600 mm in pochi giorni, mentre lungo le coste si sono avute mareggiate con onde fino a nove metri e raffiche di vento oltre 110 km/h: un quadro che ha già provocato evacuazioni, danni gravissimi alle infrastrutture e interruzioni della viabilità.

Le organizzazioni ambientaliste hanno subito ricondotto il ciclone Harry all’aumento degli eventi climatici estremi provocati dalla crisi climatica, cioè dall’aumento delle temperature globali (qui un pezzo riassuntivo del problema) dovute all’estrazione dei combustibili fossili e all’eccesso di produzione di CO2. Eppure, in Italia si parla di “maltempo” (Ansa), o, per esempio, la presidente del consiglio si dice vicina alle comunità colpite, chiedendo di esporsi al rischio (GeaAgency).

Del resto, i governi italiani non hanno promosso negli ultimi decenni politiche di adattamento climatico strutturate. Le nostre coste sono tra le più vulnerabili d’Europa, con fenomeni erosivi osservati da decenni e con l’abusivismo edilizio che ha invaso le fasce costiere più sensibili. Una normativa nazionale – l’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del paesaggio – individua come paesaggisticamente tutelati i territori costieri compresi in una fascia di trecento metri dalla linea di battigia proprio per preservare ambiente, paesaggio e sicurezza territoriale. Tuttavia, quella tutela resta largamente disapplicata nei fatti, come dimostra la presenza di insediamenti e infrastrutture che sfidano questi vincoli.

La Calabria e la Sicilia soffrono anche di rischi idrogeologici e sismici strutturali: vaste aree presentano fragilità legate a dissesti, frane ed erosione costiera, mentre la siccità estiva e la scarsità di risorse idriche attivano cicli di emergenza che impediscono una gestione sostenibile dell’acqua. Questo scenario non è neutro: l’economia estrattiva, gli interessi speculativi e l’assegnazione di enormi risorse pubbliche a grandi opere poco funzionali – come il progetto di un Ponte sullo Stretto di Messina da più di 13 miliardi di euro, firmato WeBuild (colosso dietro la Metro C di Roma e la Metro Blu di Milano, per citarne due) – distolgono fondi da interventi reali di tutela e prevenzione del territorio.

Qui si coglie la logica del disaster capitalism: mentre investiamo in grandi infrastrutture simboliche, gli effetti dei cambiamenti climatici provocano danni enormi ai territori, con perdite di miliardi di euro. Queste perdite, però, sono viste dal sistema finanziario e dall’industria come occasioni di investimento: è la ricostruzione. L’esempio più lampante, in Italia, fu la ricostruzione dopo il terremoto de L’Aquila (qui un riepilogo). Funziona benissimo anche per le guerre: è, alla fine, il mandato “immobiliare” del Board of Peace di Trump a Gaza (qui un pezzo di inquadramento) oppure, per cambiare scenario bellico, lo sciacallaggio dei governi e di diverse entità aziendali verso l’Ucraina, a conflitto neanche concluso.

In un paese in cui oltre il novanta per cento dei comuni è a rischio di frane, alluvioni o erosione, ignorare la prevenzione climatica, puntare sulle grandi opere o sui grandi eventi (come Milano-Cortina), tradurre la lotta al cambiamento climatico in sostenibilità economica (ovvero greenwashing), significa preferire di gran lunga i profitti dei privati al benessere e alla sicurezza (non quella propagandistica) delle comunità. Affrontare l’emergenza solo con un approccio a posteriori, cioè con la Protezione civile e l’applicazione di legislazioni emergenziali, è una scelta politica precisa. Il problema viene ignorato finché non si trasforma in crisi, mentre occorrerebbe ripensare le politiche di pianificazione territoriale e investire in manutenzione, adattamento climatico, difesa costiera naturale e delle infrastrutture, ascoltando le comunità locali e i movimenti per il clima.

Il capitalismo è il sistema che si riproduce proprio nell’amministrazione della crisi. Anzi, in certi casi si rilancia, soprattutto se la crisi viene trasformata in mito. Da una riorganizzazione economica (una forma di sfruttamento del territorio) viene una riorganizzazione simbolica. Tutti ricordiamo l’enorme mobilitazione culturale sorta dopo il terremoto d’Abruzzo, in particolare la canzone Domani 21-04-09 Artisti Uniti per l’Abruzzo. La catastrofe fu uno dei luoghi di ricostruzione identitaria della nazione, sul trauma che ha prodotto un’intera generazione si è raccolta. Un meccanismo che, ironia della sorte, è stato studiato dallo storico John Dickie sul terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 (che distrusse completamente le città e provocò quasi duecentomila morti), sottotitolo “una catastrofe patriottica”. Ecco, ribaltando, potremmo azzardare che viviamo oggi forme di “patriottismi della catastrofe”, che vengono usate a copertura di un contenuto: la natura predatoria del sistema politico-economico in cui viviamo.

Il ciclone Harry non è stato il primo evento climatico estremo, né sarà l’ultimo. Pensare che lo Stato possa uscire dal fatalismo investendo seriamente in adattamento climatico, pianificazione territoriale e infrastrutture significa ignorare ciò che lo Stato è diventato: un dispositivo di amministrazione della crisi, non di prevenzione. Non è possibile chiedere a un governo strutturalmente allineato agli interessi del capitale fossile (del resto, Eni è una delle grandi emettitrici) di agire contro la logica che lo costituisce. Così come non è possibile credere, in questa fase storica, in una riconversione ecologica globale o in un abbandono del paradigma della crescita infinita (il problema, in fondo, non sono le risorse di per sé, ma il loro uso), mentre la politica mondiale accelera verso destra e verso uno stato di guerra permanente.

L’unica strada praticabile è allora l’autorganizzazione su base territoriale: forme di autodifesa collettiva che si assumano direttamente la gestione dei rischi climatici, la manutenzione diffusa, la messa in sicurezza minima, la circolazione di saperi tecnici e la preparazione alle emergenze. Non come supplenza morale allo Stato, ma come costruzione di alternative materiali. Che siano regioni, comuni, quartieri, spazi sociali non importa. Fuori da questa prospettiva, non c’è nessuna possibilità: solo nuove crisi e nuove amministrazioni della catastrofe, sempre più violente. (demetrio marra)

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