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culture
12 Marzo 2026

Dalla miniera all’industria turistica. Due presentazioni a Napoli sulle economie dell’estrazione

Riccardo Rosa
(disegno di diego miedo)

Sono in calendario in questi giorni a Napoli (entrambe alle ore 18) le presentazioni di un libro e di una rivista che possono generare riflessioni “incrociate” interessanti: oggi pomeriggio alla libreria Tamu si parlerà dell’ultimo numero di Zapruder, rivista di storia della conflittualità sociale, dal titolo “Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera” (curato da Mattia Frapporti e Gioacchino Orsenigo); venerdì allo Scugnizzo Liberato del libro Corpi urbani contesi. Etnografia dei beni comuni napoletani nella città turistica, di Martina Locorotondo.

Il numero di Zapruder, a cui hanno contribuito non soltanto storici, ma anche sociologi, antropologi e studiosi dei media, offre una chiave di lettura interessante dell’universo-miniera, non solo come luogo di estrazione, ma anche di produzione di forme di vita e di potere, di organizzazione e di resistenza. Dall’alternarsi dei saggi, a dispetto dell’eterogeneità dei casi e dei punti di osservazione, emerge un filo conduttore: la miniera come strumento di analisi dello sviluppo e della trasformazione delle economie, dei territori e delle culture.

Così come per tutto ciò che concerne il campo degli studi deindustriali, fondamentale è l’abbandono della prospettiva eurocentrica, e dell’istintiva postura secondo cui, una volta sparita (o meglio invisibilizzata) dal mondo occidentale la fabbrica – e con essa la fabbrica diffusa “sottostante” – questa non costituisca più un ingranaggio decisivo per il funzionamento del sistema capitalistico. Lo sfruttamento otto-novecentesco di risorse umane e materie prime, il prosciugamento dei corpi e delle loro energie, è stato invece solo delocalizzato verso altri territori, nell’ambito di un tipico processo di ciclica ristrutturazione del capitale.

È, in un certo senso, proprio questo processo di auto-rinnovamento, di produzione di crisi e di conseguente riassetto dei sistemi economici attraverso lo sfruttamento di altri comparti e territori, il filo che lega le due uscite editoriali. Il libro di Locorotondo, ricercatrice in studi urbani al Gran Sasso Science Institute de L’Aquila, affronta infatti il tema – su cui esiste ormai una letteratura rilevante per quantità e qualità – della turistificazione della più grande città di mare italiana, per molti decenni metropoli industriale e industrializzata. Lo fa senza trascurare gli elementi fondamentali legati a questo processo (il lavoro e l’abitare, su tutti), ma interrogandosi, nella seconda parte del volume, sulle relazioni esistenti anche in termini di prossimità geografica tra gli spazi “liberati” a Napoli nel decennio 2010-2020 (divenuti poi per delibera comunale “beni comuni a uso civico”) e l’economia estrattiva del turismo.

L’autrice indaga questa relazione raccontando le storie di uomini e donne che, pur schiacciati dalla forza propulsiva dell’industria turistica, individuano e realizzano – in maniera più o meno organizzata – pratiche di resistenza, o anche solo di sopravvivenza, a beneficio non soltanto di sé stessi, ma di differenti gruppi sociali (la mensa comunitaria, gli spazi da dedicare alla crescita di bambini e adolescenti, quelli delle comunità migranti per celebrare le proprie festività, e così via). Non si tratta, spiega Locorotondo, semplicemente di processi di mutuo aiuto, ma di (ri)costruzione di modelli che la monocultura turistica tende a eliminare, imponendone altri basati esclusivamente sul rapporto venditore-acquirente. Non è solo l’attuazione di pratiche solidali, ma il tentativo di ripristino di sistemi di convivenza, di produzione di sapere e di microeconomie alternativi, “nell’orizzonte di possibilità della città […] altrimenti offuscato da una visione unica, totalizzante, quasi gestaltica del realismo capitalista”.

I processi che si articolano nell’ambito dei beni comuni cittadini vengono ben descritti nel libro, ma anche efficacemente problematizzati, fornendo elementi utili per costruire un bilancio della complessa stagione del “neomunicipalismo” napoletano. Un tema è, per esempio, la difficile “espansione” dei beni comuni, intesa non solo come conquista e sottrazione di spazi all’economia dominante (oggi il turismo, domani chissà), ma come estensione di pratiche e modelli all’esterno delle mura di questi spazi, verso il resto della città e dei suoi abitanti. Emergono così alcune domande: ha la forza, così com’è strutturato il modello dei beni comuni, per contrastare la brutale espansione della città turistica? Quali sono i motivi per cui questo modello non è riuscito a elaborare, negli anni, efficaci strategie di contrattacco, arenandosi su quelle di resistenza? Ha davvero avuto così tanta importanza il riconoscimento istituzionale di questi spazi e pratiche, considerando che l’atteggiamento indolente tenuto dalle giunte de Magistris nei confronti del fenomeno turistico ha avuto un ruolo non secondario nella creazione di un contesto che ormai circonda e minaccia quelle stesse esperienze?

Naturalmente, la lettura incrociata del libro e della rivista pone anche altre questioni, difficili da sintetizzare. Su tutte, i mutevoli rapporti tra spazio urbano, uomo e macchina (il lavoro, per esempio, riorganizzato sulla base di nuove recinzioni materiali e non: dalla miniera ad altissimo tasso tecnologico, all’industria turistica basata sulle piattaforme); le conseguenze, comuni ai differenti modelli di industria estrattiva, in termini di dipendenza economica di interi territori da queste economie, di distribuzione ineguale delle ricchezze, di processi di sradicamento; la ciclicità di strategie di resistenza comunitarie, differenti a seconda dei contesti storici e geografici (dalle rivolte dei minatori inglesi degli anni Ottanta alle pratiche di resistenza informale degli abitanti del centro storico di Napoli – e attenzione a non circoscriverle ai soli attivisti consapevoli, dimenticando quelle spontanee, non sostenute da una lettura complessiva e politica, ma non per questo meno frequenti ed efficaci, da parte di tante altre possibili inesplorate “soggettività contese”).

Un’ultima questione su cui è importante spendere qualche parola è la prospettiva a partire da cui questi contributi sono stati concepiti: nel più dei casi (e totalmente, nel caso del libro di Locorotondo, che di uno dei tre spazi raccontati nel volume è attivista) si tratta di una prospettiva politica, che può fornire un contributo analitico “interno” ai movimenti, in connessione con la molteplicità di pratiche ed esperienze che vi maturano. Una ricerca che va fatta con rigore ma in punta di piedi, nella consapevolezza di dover interagire con una collettività, proponendo non soluzioni ma contenuti, al fine di stimolare domande e poi – eventualmente – risposte collettive. (riccardo rosa)

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