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24 Febbraio 2026

Le lettere dal carcere di Alaa Faraj e il potere delle storie

Renata Pepicelli
(disegno di nyushi)

In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo: restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta.

All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel film di Gianfranco Rosi Fuocoammare.

La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente, insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale.

Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del corpo e della parola.

La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro” da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti. Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei.

In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da Sellerio, Storia di mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini – che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo, sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere di terra, nei centri di detenzione.

La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza, testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia.

Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna.

Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo, attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)

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