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16 Giugno 2026

Napoli est. Un altro anno è passato senza il recupero del Forte di Vigliena

Giorgia Scognamiglio
(disegno di roberto-c.)

Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena.

È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica.

Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del Forte restano una promessa ancora disattesa.

Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe scadere tra circa tre anni. 

L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa, dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero.

A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche e logistiche.

È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse, alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche, come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città.

La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che proprio per questo può essere trasformato. 

Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la memoria viene custodita e coltivata,  allora cambiano anche le domande che siamo disposti a porci sul suo futuro.

Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive.

Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale, e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia scognamiglio)

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