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ambiente
23 Dicembre 2025

Non c’è pace tra gli ulivi. Il glifosato da medicina a veleno

Giuseppe Vinci
(disegno di valeria cavallone)

Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso diserbante a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.

“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole su scala mondiale. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è  l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.

Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.

Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti.

Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato, l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e  “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.

In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli ulivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia.

Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari. (giuseppe vinci)

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