(disegno di cyop&kaf)

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La polveriera

Ancora una volta si è dovuto verificare un drammatico fatto di cronaca per riportare all’attenzione nazionale la complessa vicenda di Castel Volturno, dove ormai da anni una numerosa comunità africana vive nell’abbandono più assoluto.

A qualche settimana di distanza dal ferimento di due ragazzi ghanesi abbiamo riletto le cronache dei quotidiani, le testimonianze e le dichiarazioni ufficiali provando a dare un ordine a quest’insieme di voci, ricostruendo i fatti, mettendo in evidenza i vari punti di vista e descrivendo quali sono state le decisioni prese dal governo per far fronte a questa nuova emergenza. Infine, abbiamo provato a raccontare la complessa realtà che caratterizza oggi Castel Volturno e abbiamo cercato di elencare alcune possibili politiche da intraprendere.

Domenica 13 luglio, Cesare Cipriano, un ragazzo di ventun’anni, ha sparato alle gambe di due ragazzi ghanesi ferendoli gravemente. Secondo quanto ha raccontato al giudice per le indagini preliminari, sarebbe intervenuto in difesa dello zio Pasquale, che poco prima aveva avuto un’accesa discussione con un ragazzo ghanese, Yussef, accusato di aver rubato una bombola di gas. Accusa che Yussef aveva respinto affermando che la bombola era di sua proprietà. Da lì è nata una discussione. In difesa di Yussef è intervenuto Nicolas, un connazionale che era lì di passaggio. La discussione è degenerata in una colluttazione. Poi, dopo una decina di minuti è sceso in strada Cesare Cipriano e ha sparato.

Pag. 2, 3, 4 e 5 – La polveriera Castel Volturno – Dopo il ferimento in estate di due africani e le manifestazioni contrapposte di bianchi e neri, il governo ha preso delle misure che riguardano l’ordine pubblico ma non gli investimenti, la salute, la convivenza. Attori e scenari di una situazione esplosiva.

Pag. 6 e 7 – Quarant’anni e quattro figli – Sposata e con un figlio, Maria è partita dalla Nigeria a sedici anni. Appena arrivata è stata venduta agli sfruttatori per cinquanta milioni e messa a fare la prostituta in strada. Da allora sono passati quasi trenta anni. Così, Maria racconta la sua storia.

Pag. 8, 9, 10 e 11 – Il Vangelo nell’altra Africa – Il comboniano Giorgio Poletti è arrivato a Castel Volturno nel 1994, di ritorno dall’Africa. Racconta l’impatto con la prostituzione, le messe in pineta per i tossici, le iniziative sempre più politiche, fino ai permessi di soggiorno “in nome di Dio”.

Pag. 12 e 13 – Viaggi al termine della notte – Emanuele viene dal Gambia. Voleva raggiungere la Grecia ma si è fermato a Castel Volturno. Negli anni Ottanta gli stranieri erano pochi. Ha cominciato a vendere droga. Poi è andato al nord, ha lavorato, ha smesso, è ricaduto. Infine è tornato.

Pag. 14 e 15 – Un’odissea di vent’anni – Domenica è arrivata in Italia dal Ghana nel 1992, a venticinque anni. Donna di servizio a Villa Literno, operaia in fabbrica a Brescia e Pordenone, poi il negozio di parrucchiera, l’import-export, un bar a Castel Volturno, un figlio e la voglia di tornare.

Pag. 16 e 17 – Ascoltare come prima cura – A colloquio con Gianni Grasso, medico di base, punto di riferimento per le donne africane che vivono a Castel Volturno. La necessità dell’ascolto, la pratica del consiglio, le strategie di una medicina povera che in questi anni ha aiutato migliaia di persone.

Pag. 18 e 19 – Dodici pollici – Libri: Camorra Sound, di Daniele Sanzone; Tra le macerie, di Davide D’Urso; I Buoni, di Luca Rastello. Giornalismi: Un archivio di storie contro i luoghi comuni. 

Con i testi di jefferson seth annan, salvatore porcaro, sara pellegrini, riccardo rosa, luca rossomando e i disegni di cyop&kaf, sam3, diegomiedo

( copertina di cyop&kaf )

Regione Campania, Commissione antimafia: presidente indagata per voto di scambio di stampo mafioso. Come se un sindaco ex giudice facesse apologia dell’anarchia.

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Gianni Mura, l’ultimo giapponese alle Filippine

(disegno di dario molinaro)

(disegno di dario molinaro)

L’intervista che segue è la versione integrale di quella già pubblicata – più breve, per motivi di spazio – sull’ultimo numero di Napoli Monitor – N.52 / Gennaio-Febbraio.

“Al vecchio porco” è un ristorante milanese. Arrivarci alle 18 significa trovare il titolare, Gerry, e i camerieri intenti a preparare la sala per la sera. Si tratta di un locale spazioso, arredato in maniera elegante e illuminato quanto basta per vedere quello che mangi. Sui tavoli, coperti da sottotovaglie a quadri bianchi e rossi, sono ancora appoggiate le sedie. Gianni Mura ci ha portati qui perché i rumori di un bar avrebbero disturbato la registrazione delle voci, ma soprattutto, crediamo, per preservare la tranquillità della conversazione. Ci accomodiamo a un tavolo rotondo in fondo alla sala, su cui dopo pochi secondi vengono posizionati un posacenere, una bottiglia di Malvasia piacentina e tre bicchieri. Più tardi, il vino sarà accompagnato dai panini caldi e dal salame che ci viene servito senza interrompere l’andamento pacato della conversazione.

Sono proprio il tono sottile ma chiaro delle voci, il fatto che due dei tre commensali fumino a ripetizione – alla fine nel posacenere ci saranno più di dieci sigarette – oltre ad alcuni aneddoti che l’intervistato racconta, a rimandarci indietro in un tempo che non abbiamo vissuto, o che in rari casi abbiamo vissuto appena. E così di volta in volta, attraverso il fumo di una Gauloise, attorno al tavolo ci sembra di intravedere Herrera, Boranga o Gianni Brera. Per un’ora e più andremo avanti ad ascoltare le storie, le idee, il modo di lavorare di uno dei pochi giornalisti che ci piace leggere in Italia. Uno che riesce ancora a scrivere di sport, e non solo, utilizzando una lingua pulita, senza effetti speciali, che conserva il piacere dell’invenzione e della narrazione, uno capace di trasmettere a chi legge una rassicurante coerenza tra ciò che si scrive e ciò che si fa.

Qualche giorno dopo il nostro incontro, abbiamo aperto la pagina sportiva de La Repubblica correndo a leggere i suoi cattivi pensieri, e ci è sembrato di ritrovare, accanto alla storia di Luigi Bonizzoni detto Cina, anche qualche traccia delle cose e delle persone evocate nel ristorante deserto davanti ai bicchieri di Malvasia. Un’uva, ci siamo informati, “versatile, capace di dare buoni e personali vini sia frizzanti, sia fermi secchi (o quasi), sia dolci passiti”. La stessa attitudine con cui, probabilmente, andrebbe tenuta di volta in volta la penna sul foglio. O, pardon, le mani sulla tastiera di un computer.

Il modo in cui ha cominciato a lavorare in un giornale oggi sembrerebbe impensabile…

Sì, a quei tempi la Gazzetta dello sport – che in quanto giornale sportivo veniva considerato anche dai miei amici del liceo una roba da analfabeti – aveva un accordo con uno dei due principali licei classici milanesi, il “Manzoni”, perché segnalasse uno o due tra gli studenti più bravi in italiano. Li tiravano dentro, ovviamente senza contratto, ma li avrebbero assunti dopo un po’ se era il caso.

Probabilmente oggi sapere duecento aggettivi sarebbe una discriminante per non farsi assumere. Però c’è anche da ricordare che in quegli anni, più o meno la metà dei Sessanta, tutti i giornali, anche quelli sportivi, avevano una cosa che oggi è scomparsa, la terza pagina, in cui c’era un po’ più di spazio per la scrittura. Allo stesso tempo ho trovato dei colleghi più anziani che mi hanno insegnato il mestiere: come si fanno i titoli, come si tagliano i pezzi, come si chiude in tipografia.

All’inizio passavo i pezzi dei corrispondenti, e facevo le classifiche di serie C. Poi, per combinazione, dopo sei mesi sono passato al ciclismo e lì ho accelerato i tempi. Dopo otto mesi ero già praticante e dopo due anni professionista. Certo, mi è andato tutto di culo! Per il calcio sono partito dalle cronache della serie D e sono arrivato a Cagliari-Atalanta, cioè una terza fascia di serie A, ma comunque dopo otto anni, passando per la C e la B come inviato sui campi. Mi ricordo questi derby Reggiana-Modena, Pro Patria-Legnano… e poi che mi mandavano a seguire le cose che secondo loro erano curiose: per esempio, se si laureava un calciatore. Ricordo che Boranga si è laureato con una tesi sui parassiti vaginali e io ero l’unico giornalista all’università di Parma. Oppure c’era il Matera che era l’unica squadra imbattuta tra A, B, C e D, e mi hanno spedito lì per raccontare questo “miracolo Matera”. Mi colpì molto, a parte i Sassi, il fatto che ci voleva molto di più per andare col treno da Bari a Matera che con l’aereo da Milano a Bari.

È difficile scegliere tra il calcio e ciclismo?

Il ciclismo è una passione più viscerale e meno logica, anche perché allora era più bello di adesso, c’era anche meno droga. Meno droga scientifica, intendo, dura. Si viaggiava a simpamine e stenamine, che erano le cose che prendevano anche i miei compagni di liceo per ripassare i tre anni. Probabilmente io oggi sarei positivo alla caffeina.

Poi è anche vero che non c’erano controlli su queste droghe. L’antidoping nasce in maniera abbastanza bonaria nel ’68, l’anno dopo la morte di Simpson (ciclista inglese morto durante una tappa del Tour del 1967, ndr), con la droga che fu indicata come concausa oltre a un’insolazione. Le squadre non avevano neanche tutte un medico, ce n’era uno per tutti sia al Tour che al Giro. Poi, avendo all’epoca l’età dei corridori, me lo dicevano anche, come e quando si impasticcavano, e d’altronde i miei vecchi colleghi mi avevano detto: “Per capire se un corridore è fatto basta guardarlo dritto negli occhi”. E così ho passato il mio primo Giro a guardare fisso i corridori, e loro sembravano dire: “Cazzo vuoi?”.

Prima di essere un giornalista era un appassionato?

No, assolutamente. Sono sempre stato un bambino paffuto, che giocava solo se portava il pallone lui, e quindi lo portavo. Cosa che mi dava diritto a tirare anche i rigori e le punizioni. Andavo allo stadio quando mi portava mio padre, a vedere l’inter. Il mio idolo era Angelillo, e quando Herrera lo vendette, perché gli dava fastidio, dissi: “Vaffanculo, non mi meritate più!”, e passai al Milan. Poi in Gazzetta, sempre i famosi vecchi colleghi – che poi avevano quarant’anni ma a me sembravano vecchissimi – mi hanno spiegato con poche ma convincenti parole che per il prezzo del giornale il lettore aveva diritto a un commento super partes, e quindi ho abolito il tifo. Poi certo ho delle simpatie: mi piacciono le squadre povere e coraggiose. Per cui di volta in volta il Pescara di Galeone, il Foggia di Zeman, il primo Chievo, il Bari di Ventura. Anche se poi si è scoperto che si vendevano tutte le partite…

Perché è sempre più difficile scrivere di calcio in un italiano corretto, leggibile, originale?

Beh, innanzitutto è il gergo che è insopportabile. Quello di Caressa e soci. Poi è diventato più difficile perché quando ho cominciato io bastava che capissi di quello sport. Competenza di settore più scrittura buona. Ma negli ultimi trent’anni il calcio si è portato dietro alcune cose che non puoi ignorare: la violenza negli stadi, tutto quello che di razzista o di omofobo o di “Napoli brucia” e “Forza Vesuvio” c’è; il fenomeno doping, che è molto più diffuso, non solo nel ciclismo; poi i soldi, per cui parlare di calcio vuol dire commentare che una squadra va in bancarotta e finisce in serie C. Una volta questo non succedeva, era molto più semplice, anche perché non c’erano i procuratori, o comunque erano all’inizio. Poi non era divistico come adesso, che fanno a gara a chi ha più tatuaggi, o la cresta più dipinta. Fino all’epoca di Maradona, direi, contava soprattutto quello che vedevi in campo. Oggi invece hai Twitter, hai quelli che vanno in discoteca, quelli che mettono incinte le veline…

Ma  in discoteca non ci andavano pure negli anni Sessanta?

È diverso, non c’era l’esibizione che c’è oggi. E comunque non erano discoteche. Il night diceva Bagnoli, ai suoi tempi c’era il night.

Una cosa che sembra mancare rispetto a quegli anni è l’originalità, la creatività nel “discorso calcistico”. Manca la capacità di inventarsi qualcosa, e si riprendono termini stranieri, dall’estirada alla manita, o quelli degli anni addietro, con i portieri che tornano ad “accartocciarsi” come diceva Nicolò Carosio.

Sì, “fa la barba al palo”, “metà campo da vendere”, eccetera. Solo che ormai quelli sono diventati luoghi comuni e bisogna starne lontani. Anche ora qualcuno prova a creare, Gianni Brera l’ha sempre fatto sulla parola scritta, mentre oggi molti scrittori di calcio sono castrati dal fatto che dicono: “Ormai hanno visto tutto in tv, cosa gli racconto?”. Questo è sbagliato, perché c’è modo e modo di raccontare una partita. Intanto sono diventati più importanti gli spogliatoi del campo, e basta che uno esca facendo un gestaccio all’allenatore che puoi farci un titolo a sei colonne.

Di chi è la colpa?

La colpa è sempre di chi comanda ma la corresponsabilità è di chi obbedisce. Io alla mia età posso permettermi di scrivere come mi pare, di cominciare una cronaca dal fondo. Posso inventarmi delle cose e non mi dicono niente, o se han voglia di dirmi qualcosa non me lo dicono, ma solo perché ho fatto carriera. Certo, non è che se uno è banale o usa un vocabolario ristretto non può lavorare, anzi… ormai si usano pochissime parole per fare il giornalista. C’è qualcuno che prova a inventarsi delle cose, per esempio la “sciabolata” di Piccinini, o il suo “Non va!”, però sono più dei modi di dire che delle cose che resteranno. Pensa agli inizi di Caressa, quando parla della partita come fosse la battaglia di Austerlitz. A me viene voglia di dirgli: “Fabio, cazzo. È solo una partita di calcio, lasciamo perdere tutte ‘ste minchiate!”. Però devi vendere il prodotto e devi costruirci sopra usando più spezie che puoi. E così vedi delle partite veramente schifose e il telecronista ti dice che sono avvincenti o entusiasmanti, tese…

Negli ultimi anni la Rai ha rilanciato la Domenica sportiva. Solo che, pur in uno studio molto affollato, sembrano in pochi a parlare con cognizione di causa.

Mondonico è bravissimo. Anche Collovati, che però ha un modo un po’ più spigoloso di porgersi, e non è spiritoso. Però certo sa di cosa parla, d’altronde ha vinto un mondiale. Da queste trasmissioni si vede bene che il giornalista è stato soppiantato dal comico. Se ti vai a rivedere la Domenica sportiva del passato, c’era Viola e c’era Brera, c’era Zanetti, dopo c’era Tosatti, adesso sembra che il giornalista non faccia più comodo ed è sostituito dal comico. Teocoli e ora Gene Gnocchi. A Controcampo c’era spesso Abatantuono, e prima ancora un buon esempio era Vianello, che faceva Pressing, anche se lui lo faceva con molto garbo. Poi Vianello ne capiva di calcio, ha giocato fino a settant’anni.

Però alla Domenica sportiva i giornalisti ci sono…

Sono opinionisti, perché tali li ha resi la rete. Perché tu in televisione, qualunque cosa dica o faccia, se ci vai per tre volte di fila diventi una faccia televisiva. A me non mi beccherete mai in tv, o molto raramente, intanto perché non mi chiamano, e fanno bene, e poi perché io non ci vado, perché non è la mia acqua, non puoi star lì due ore per sentirti chiedere: “Secondo te è rigore o no?”. Bisogna andare sempre di corsa, e allora andateci voi. Io sono per un ritmo molto più lento, ed è chiaro che questo non si concilia con la televisione.

È evidente che loro fanno quello che la gente si aspetta che facciano, ma in questo sono molto allineati all’Italia. Cioè per tanti – esclusi i presenti, spero – il giornalista bravo è quello che dice quello che pensi tu. Se dice una cosa opposta è un venduto o uno stronzo. Non è molto sopportato il diverso parere e quindi quasi tutti dicono quello che fa comodo dire. Per cui: “È crisi Milan”, “Il Milan andrà in B”, poi bastano due vittorie e diventa: “Grande Milan”, “Grande El Shaarawy, è da pallone d’oro”.

Allegri le piace?

Secondo me era più bravo al Cagliari. Gli ho visto fare una partita dal vivo a San Siro contro l’Inter di Mourinho, da dieci in pagella. Mourinho continuava a mettere punte, e lui non metteva difensori, anzi partiva in contropiede e poteva fare tre gol negli ultimi dieci minuti.

Come è cambiato il post-partita negli ultimi anni?

Prima entravamo negli spogliatoi e parlavamo con l’allenatore, l’unico vestito perché gli altri erano sotto la doccia. Poi mentre i calciatori s’asciugavano col phon tu andavi a parlare con chi ti pareva, e raccoglievi molto più materiale. C’era più collaborazione, anche perché loro non pigliavano i soldi che pigliano adesso dalle televisioni. Se tu vuoi fare un’intervista a uno dell’Inter o della Juve devi mandare fax per un mese, e poi te lo danno davanti al tabellone degli sponsor. Ma se uno parla un’ora con me e gli faccio un’intervista, tu lettore non li vedi gli sponsor, quindi è considerata una perdita di tempo. Invece dicendo due minchiate qualunque con lo sfondo che ormai hanno tutti, sono soddisfatti. E infatti oggi prima vanno in tv, poi alla radio, e poi li danno a noi. Ma li danno col contagocce, chiedi Cavani e arriva Campagnaro.

Tra l’altro prima i calciatori erano liberi di dire: “No, io con te non parlo, vaffanculo!”, e almeno ragionavano. Tu raccoglievi materiale fresco che non andava in televisione e i calciatori parlavano molto meno di adesso. Mentre ora tra Twitter e tutto il resto… Twitter è un altro festival dei coglioni. C’è Sneijder che ogni tanto dice: “Ecco, vi presento Bobo, il mio nuovo gatto”. Sì, ma chi se ne frega?

Parliamo di Maradona. Avrebbe potuto essere facilmente etichettato come l’esempio dell’atleta dopato. Perché non è successo? Forse è stata la grandezza stessa del giocatore, che lo ha reso estraneo a qualunque sospetto di “imbroglio”?

Probabilmente si, anche se in realtà non è che la cocaina danneggi tanto le prestazioni, perché se non altro ti tiene sveglio, e quello era il motivo principale per cui Maradona la prendeva. Perché se passi una notte scopando e poi hai l’allenamento alle dieci… non so se basta un caffè. Ti rende molto più reattivo, non è vero che ti fa male, se non alla lunga, quello sì. Ma lui non ha mai avuto misure, non beveva una lattina di coca cola, ne beveva quindici in un giorno, anche per quello era sempre grassottello. Quindi anche con la coca, visto che era straricco poteva comprarsene a chili…

È vero che i portieri sono molto più scarsi di dieci o quindici anni fa?

È vero. In Italia c è sempre stata una buona scuola, i vecchi che insegnavano ai giovani, mentre adesso c’è grande abbondanza di portieri stranieri. Che comunque sono scarsi perché chissà che scuola han fatto.

Questo vale anche per i difensori?

Assolutamente sì, d’altronde ci ritroviamo Ranocchia in nazionale…

Ma anche Bonucci e Chiellini…

Eh, certo. Se pensi che prima c’erano stati Baresi, Maldini, Scirea, Gentile, Cabrini, Bergomi, lo stesso palo ’e fièrro Bruscolotti. I vecchi allenatori dicono che è perché si gioca a zona, ma io non sono d’accordo, perché anche a zona devi marcare. Secondo me ci sono meno ragazzini che sognano di fare il terzino o lo stopper. Quasi tutti vorrebbero giocare davanti o in mezzo, e magari non è sbagliato, perché poi quelli che guadagnano di più e che vincono il pallone d’oro sono questi. E infatti abbiamo tanta gente di talento dal centrocampo in su: Insigne, El Shaarawy, Balotelli un po’ meno, Giuseppe Rossi…

Che però non sono classici numeri dieci…

Il numero dieci è scomparso, ma tornerà. Tanto è vero che il 4-3-1-2 che oggi va molto è la formula ideale per il dieci. Solo che molti ci mettono Boateng, Thereau, Vidal… Certo che se noi per dieci abbiamo in mente Maradona, Platini, Baggio e Zola, ce li scordiamo.

Basterebbe anche un Morfeo…

Morfeo era abbastanza stupido però, faceva dei falli terrificanti. I dieci sono stati uccisi dal 4-4-2, da quando ha cominciato a vincere il Milan di Sacchi. Vedi Baggio, che o diventava punta, oppure doveva giocare da esterno di centrocampo, o come Signori che giocava al posto di Evani, ma dopo un po’ l’ha mandato a fanculo. Anche Del Piero è stato vittima del 4-4-2. Oggi poi succede che se sbagli un dribbling, già alla scuola calcio ti becchi un cazziatone dall’allenatore perché prendi il contropiede. Però vedi, anche quando si trova uno solo davanti al portiere e prova a dribblarlo, nove volte su dieci si fa buttar giù.

Il Napoli può davvero vincere lo scudetto?

A me piace quando in una squadra si nota la mano dell’allenatore e nel Napoli succede. Non che Mazzarri mi sia simpaticissimo – è troppo permaloso – ma dà un’identità precisa, si muovono bene, e credo che il Napoli sia la squadra che fa meglio il contropiede in Italia. Con un altro allenatore probabilmente i risultati sarebbero stati inferiori, lui ha cavato il sangue non dico dalle rape ma… se uno pensa a una difesa a tre con Campagnaro, Cannavaro e Aronica… ragazzi! Certo, qualcosa deve fare sul mercato: credo che almeno una punta e un difensore ci vogliano.

Ha una favorita per la Champions?

Io mi augurerei lo Shaktar, per cambiare un po’. Farò il tifo per Lucescu: è una brava persona, e poi è molto colto e intelligente, è un piacere passarci una sera assieme.

La squadra più forte che ricorda?

Per efficacia l’Inter di Herrera e il Milan di Sacchi. In giro per il mondo direi l’Ajax di Cruyff e il Barcellona degli ultimi anni. L’Ajax poi l’hanno copiato tutti, anche male, ma avevi Cruyff che a volte faceva il terzino e a volte il centravanti, Krol che lo trovavi dovunque. Ti facevano venire il mal di testa, perché poi correvano come spie.

Mourinho è stato spesso bacchettato nei suoi articoli…

Lo trovo insopportabile. Ho scritto un bel po’ su di lui e non ho ancora finito.

Almeno diceva qualcosa di diverso rispetto agli altri, no?

Ma anche Hitler diceva cose diverse dagli altri, non è che per quello fosse stimabile.

Per Zeman invece ha una passione…

Avevo una passione, ora mi sembra un pochino una spremuta di camomilla, credo che sia un po’ invecchiato.

Quando vedremo ancora in Italia calciatori come quelli che arrivavano negli anni Ottanta e Novanta?

Quando le principali squadre saranno state comprate dagli emiri o dai cinesi. Certo poi puoi anche perdere spendendo molto, come il Manchester City in Champions. L’esempio per un club italiano credo dovrebbe essere il campionato tedesco, dove le squadre senza spendere quello che spendono le spagnole e le inglesi, sono sempre lì. Il Borussia gioca benissimo, e ha un bravo allenatore. C’è l’ala destra, Blaszkowski, che sembra Attilio Lombardo, fa un lavoro da mulo. Possono arrivare fino alle semifinali.

Ricorda la partita che l’ha emozionata di più?

Francia-Germania, mondiale dell’82. La Francia vinceva 3-1 a fine primo tempo supplementare, poi han fatto 3 a 3 e hanno perso ai rigori. Penso che l’Italia debba ancora ringraziare quella Francia, perché ha tirato la Germania fino ai rigori, e nella finale con noi erano stanchi. Di recente non ricordo: ero molto tranquillo alla finale dei mondiali, nel senso che era una partita brutta, e infatti si ricorda solo la testata di Zidane. L’europeo del 2000 fu da amaro in bocca, la squadra di Zoff giocava abbastanza bene, poi lui si è dimesso per colpa di Berlusconi. E anche la squadra del ‘90 di Vicini, che perse a Napoli ai rigori con l’Argentina.

E con l’Argentina in finale, ci fu quella brutta storia dei fischi all’inno nazionale…

Vergognosa, naturalmente. D’altronde l’aveva già commentata in maniera perfetta Maradona con il labiale sul campo. Bearzot mi disse che quel giorno in tribuna d’onore era imbarazzatissimo.

Ha buoni rapporti con allenatori e giocatori?

Ho un ottimo rapporto con Bagnoli, Galeone, Mondonico. Per quanto riguarda i calciatori Paolo Sollier, ma anche con Mazzola, Rivera, Platini, Zola, Tommasi. Zola è una specie di nipotino per me, è stato un grandissimo giocatore, sottovalutato. Anche se solo in Italia, perché in Inghilterra l’hanno eletto migliore straniero mai presente nel campionato inglese. Nella vita è come in campo, il classico bravo ragazzo che non farebbe male a una mosca. Lui dice di aver imparato molto da Maradona, anche se sono due caratteri molto diversi. Maradona l’ha accolto il primo giorno a Soccavo dicendogli: “Finalmente ne hanno preso uno più basso di me”. Ma era solo un centimetro.

E con i colleghi?

Soprattutto con quelli della mia generazione. Vado molto d’accordo con Garanzini, con Beccantini, gente nata negli anni Quaranta. Non ho niente contro gli altri, ma ormai vado anche pochissimo allo stadio. Non che mi dispiaccia, anche perché le tribune stampa sono diventate delle curve. Ricordo il giorno di Italia-Germania, quella con il gol di Del Piero, con mezza tribuna stampa che si gira verso lo stadio tedesco facendo il gesto dell’ombrello. E io mi scavavo una fossa sotto.

Viola era milanista, per esempio, ma molto… tollerante. Brera invece era interista, anche se diceva di tenera al Genoa per evitare rotture. E tra l’altro era molto temuto. Mazzola mi ha raccontato che quando la  nazionale andava all’estero, il più intervistato era Brera, che era una specie di totem tra i giornalisti. Viola all’opposto, non si è mai preso sul serio, e non lo prendevano sul serio neanche gli altri. Aveva un modo molto disincantato di vivere il mestiere, direi anche bello. Non ha mai fatto il trombone, tutto il suo giornalismo era anti-trombonesco. Ricordo sempre l’episodio di quando gli han tagliato la mazzetta dei giornali: nelle redazioni Rai tutti avevano tre-quattro giornali, e a lui li tagliarono per risparmiare. Così scrisse una lettera al direttore, storica, che comincia: “Egregio direttore, ho quarantadue anni, quattro figlie, e la forte sensazione di esser preso per il culo”.

Oggi Totti dice che non può girare per via del Corso che bloccano il traffico, mentre Viola fece un’intervista storica a Rivera sul tram numero 15. Certo, era possibile perché la gente non rompeva i coglioni… pensa ora, che anche durante i terremoti c’è quello dietro che fa con la mano così. Allora c’era un’Italia che diceva: quelli lì stanno lavorando, lasciamoli lavorare. Oggi non lo puoi fare con Ibra, ma neanche con Nagatomo o Cassetti.

Ha un rapporto con i giovani giornalisti?

Sì, nel senso che molti mi scrivono, mi chiedono consiglio. Mi chiedono se conviene insistere, cosa bisogna leggere. Io gli dico solo: se hai una grande passione vai avanti, però tieni conto che oggi è un mestiere sputtanato, la gente ci odia a prescindere, non si guadagna più come una volta, e se sei bravo è pure probabile che ti fottono. Il problema è che nove su dieci finiscono in queste redazioni dove fanno fare copia e incolla, stanno collegati ventiquattr’ore al giorno con Rainews, con l’Ansa e tutti prendono alla stessa fonte. I direttori della mia generazione ti dicevano che dovevi consumare le suole delle scarpe, trovare delle storie, mentre oggi non gira più nessuno. Quello che ti consumi sono gli occhi davanti al computer e i polpastrelli sulla tastiera.

Esiste ancora un rapporto tra scrittura e giornalismo?

Se non c’è la scrittura non c’è giornalismo. C’è un giornalismo di utilità. Ma allora uno può anche dire: “Vai a vedere l’elenco dei morti, o le farmacie aperte”. Però se vuoi lasciare il segno ci vuole un po’ di più. Devi avere tecnica, devi farti leggere dall’inizio alla fine. Poi devi essere ritenuto non solo uno che scrive bene, perché sennò sei un calligrafo, ma anche uno che fa delle considerazioni giuste, devi persuadere il lettore sotto il profilo stilistico ma anche sotto quello etico. E non è facile. Poi se sei cresciuto in una redazione come quelle di cui abbiamo parlato finora, è difficile venir fuori dopo. Anche i giornali importanti ormai hanno delle compressioni di spazio: pezzi sempre più corti, foto e titolo sempre più grandi.

Ma a Gianni Mura lo spazio lo danno…

Sì, ma te lo devi guadagnare prima. Se dovessi guadagnarmelo adesso non sarebbe facile. Io sono partito come una Cinquecento e sono diventato un camion: il risultato è che adesso è difficile parcheggiarmi. Mentre a quelli più giovani continuano a dire che la gente ha sempre meno tempo, che va a leggere su Twitter. Sì, ma a me che cazzo frega? Io sono l’ultimo giapponese alle Filippine, spero di averne altri dietro, per adesso cerco non dico di boicottare, ma di resistere.

In che modo?

Per esempio, tre giorni dopo il Tour mi ha chiamato uno dall’ufficio centrale, dicendomi di avere un’idea che mi riguardava. “Facciamo un e-book con i tuoi pezzi sul Tour?”. Io ho detto: “E perché me lo chiedete?”. “Perché serve la tua autorizzazione”. “E io non te la do manco per il cazzo! Ma mai nella vita te la darò, io e-book non ne faccio”. “Ma pensa ai tuoi lettori!”, mi hanno detto. Solo che i miei lettori quello che c’era da leggere l’hanno già letto, e non ne faranno un dramma. (riccardo rosa / davide schiavon)

 

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