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30 Aprile 2026

Primo Maggio a Bagnoli. Perché non si può non scendere in piazza

Riccardo Rosa
(disegno di cyop&kaf)

Da circa un anno è in atto un muro contro muro tra le istituzioni che si stanno occupando della rigenerazione dell’ex area industriale di Bagnoli (governo, comune di Napoli e struttura commissariale) e la comunità del territorio. Non è necessario ripercorrere la storia degli ultimi trent’anni, basta ricordare i due momenti chiave dei dodici mesi intercorsi tra la primavera del 2024 e quella del 2025: la modifica della legge 582/1996, che obbligava allo smantellamento o spostamento di tutto quanto insisteva “in deroga” sulla costa (dai locali notturni al Circolo Ilva, da Città della Scienza alla colmata a mare) e al ripristino della sua morfologia, dedicando il litorale alla balneazione; l’assegnazione della Coppa America di vela alla città di Napoli, con conseguente allocazione del parcheggio/rimessaggio per le barche (le gare non sfioreranno neppure l’area flegrea) a Bagnoli.

Il nesso causa-effetto tra queste due circostanze è totale. Senza la modifica della legge non si sarebbe potuta mantenere la colmata (è ormai documentato che la sua rimozione è possibile a costi simili a quelli che prevede la sua “messa in sicurezza”), e senza la colmata non si sarebbero potute ospitare le barche a Bagnoli. Ma è un inganno clamoroso far credere che la Coppa America sia stata un’occasione caduta dal cielo all’improvviso (per “guadagnarsi” una possibilità del genere bisogna d’altronde lavorare alla candidatura con molto anticipo) e che tutto quanto sta succedendo sia una rimodulazione dei piani dovuta alla necessità di sfruttare quest’occasione. È, piuttosto, il contrario.

La Coppa America non c’entra niente con Bagnoli. La Coppa America si svolgerà nel golfo di Napoli e non in quello di Pozzuoli, e questo parcheggio per barche a vela e yatch si sarebbe potuto costruire in almeno altri dieci posti non troppo distanti dalla zona delle gare, evitando la devastazione definitiva di un territorio e rischi altissimi per la salute delle persone. La verità – e lo testimoniano decine di dichiarazioni fatte dal 2021 a oggi dal sindaco-commissario Manfredi e dai suoi yes-man, i vice De Rossi e Falconio – è che il Piano regolatore e il Praru imponevano un progetto più orientato alla restituzione del territorio ai cittadini che al profitto, e che questo non è mai stato accettabile, dal 1992 a oggi. Oggi, però, una serie di condizioni hanno reso il terreno fertile per modificare gli indirizzi esistenti: Napoli è una città quasi satura in termini di spazi da dedicare al turismo, bisogna svuotare i quartieri dalle persone con redditi medio-bassi per sacrificarli alle nuove economie (il “modello Milano”), bisogna mettere a profitto anche le risorse naturali.

La Coppa America è uno degli strumenti scientemente individuati per poter stravolgere piani che anche trent’anni di incessanti lotte sul territorio erano riusciti a imporre. Chi potrebbe, oggi, opporsi a una manifestazione sportiva, a un grande evento-vetrina, all’opportunità di rilanciare un processo di rigenerazione urbana pieno di inciampi? Cavalcare quest’onda è stato il pretesto per chiedere “qualche sacrificio” ai bagnolesi e ai napoletani: la spiaggia ci sarà (forse), ma ridotta a due minuscoli quadrati compressi tra due porti; il mare sarà balneabile (forse), ma nell’aria viaggeranno diossine e altri cancerogeni; ci si potrà “tuffare a mare” dalla colmata (forse), ma la nuova terrazza a mare si potrà utilizzare (ergo: sequestrare) anche per concerti, festival gastronomici e altri eventi privati. Per mettere in atto questo piano senza troppe rotture di scatole era necessaria una retorica efficace: oggi si risponde a ogni obiezione sostenendo che la Coppa era l’occasione giusta per il rilancio, che almeno si sta facendo qualcosa, che i benefici economici saranno enormi (tutto falso: chiedere al comune di Barcellona).

Questo attacco a tutti i piani che blindavano la restituzione del territorio alla città è in esecuzione. Qualcosa è andato storto, però, perché la comunità bagnolese, con la sua rete di collettivi politici, associazioni, attivisti e abitanti, si è (ri)compattata ed è riuscita a porre il tema, a dispetto di una campagna mediatica (chiedere al Mattino, Repubblica, Tg3 e compagnia) schierata spudoratamente in favore dell’evento. A febbraio migliaia di napoletani sono scesi in piazza per opporsi a questo attacco: tantissimi, considerando i tempi che corrono. C’è una nuova chiamata a farlo per il corteo del Primo maggio, che partirà da Fuorigrotta (ore 10:30 a piazzale Tecchio) e arriverà a Bagnoli. Sarà ancora una volta una manifestazione eterogenea, con abitanti, famiglie, studenti e lavoratori. La Rete che si oppone alla Coppa l’ha preparata bussando casa per casa, attraversando il quartiere, adoperandosi per coniugare inclusività e radicalità nelle rivendicazioni. Ma è doveroso per tutti i napoletani parteciparvi: bloccare lo scempio della Coppa America è ancora possibile, ma anche se non ci si dovesse riuscire ci sarà tanto da fare; si dovrà impedire la costruzione del porto turistico sulla colmata, la rimodulazione del bosco in un parco pieno di chioschetti, bar e ristoranti, la cacciata degli abitanti dal quartiere, la trasformazione di un territorio con una composita identità sociale in una rambla per turisti, al cui servizio sgomitano camerieri pagati quattro euro all’ora, “al grigio”, quando tutto va bene.

Ogni occasione per dimostrare che la difesa di questa porzione di territorio è una lotta contro l’assalto neoliberista alla città, anzi alle città, va sfruttata. Non solo con i blocchi dei camion all’alba, non solo con i presidi, i volantinaggi, le iniziative divulgative, la contestazione ai protagonisti politici di questa operazione portati avanti dai movimenti bagnolesi. Ma con momenti “di massa” che mostrino l’esistenza di un fronte comune, almeno su una questione così centrale. Venerdì sarà il secondo di una lunga e necessaria serie. (riccardo rosa)

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