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lavoro
21 Agosto 2024

Tutti a mollo nel piscinone. Lavorare nei campi estivi

Viola Varlese
(disegno di maria de gennaro – laboratorio di narrazione)

Scuola finita, inizia l’estate e sento il peso di non avere l’autonomia per un gelato da tre euro o un lettino in spiaggia da sette. Chiedo in giro se qualcuno cerchi una lavoratrice con tanta volontà ma poca esperienza e tramite un’amica vengo a sapere di un campo estivo vicino casa. Mi presento di sabato e il giorno dopo sono già assunta, comincio lunedì.

Mi sveglio alle 7.30 per essere a lavoro alle 8. Appena arrivata mi viene presentato il capo, che mi fa un paio di domande e poi passa al sodo: qui si lavora “per il bene dei bambini e del campo estivo”, la paga è da considerare come un rimborso spese, non mi viene specificato di quanto.

Comincio comunque con il sorriso, faccio amicizia con le altre animatrici, tutte donne, e mi metto all’opera. Chiedo quali sono le attività previste per la settimana e ricevo in cambio sguardi straniti. Capisco subito dopo che non esiste realmente un programma: quello che c’è si fa, e se non c’è nulla da fare i bambini stanno bene “al pascolo”.

Il luogo dove si svolgono le attività non permette di lasciare ai bambini un po’ di libertà. È un luogo dispersivo e senza prati, per cui anche una partita di pallone, su un pavimento di terracotta, diventa fonte di preoccupazione per noi. Cerchiamo di organizzare giochi diversi, ma dopo un paio di tragedie evitate per un soffio torniamo a far sedere i bambini con la pittura in mano, non ce la sentiamo di prenderci tutta quella responsabilità per bambini così piccoli, anche di due o tre anni. In definitiva, il nostro ruolo al campo non è chiarissimo, e non sappiamo nemmeno se è scritto da qualche parte che stiamo lavorando qui. Alcune di noi – siamo circa dieci – non hanno nemmeno compiuto sedici anni, per cui ci chiediamo sempre la stessa cosa: “Se succede qualcosa di chi è la colpa?”. Oggi, a campo estivo finito, non conosco ancora la risposta, ma forse è meglio così. 

Finisce la prima settimana, arriva l’attesissimo giorno di paga. Sto per scoprire quanto ho guadagnato in cinque giorni di lavoro da otto ore. Il capo mi allunga la mano con un sorriso, mi ringrazia (non so esattamente per cosa, visto che non c’è quasi mai e non sa cosa faccio tutto il giorno) e mi da centotrenta euro. Saluto ed esco con la calcolatrice alla mano: sono stata pagata tre euro e venticinque l’ora.

Prima della fine degli anni Ottanta non si sentiva parlare di campo estivo per come lo intendiamo oggi. Le famiglie facevano la villeggiatura durante il mese di agosto e chi non poteva di solito lasciava i bambini a una “colonia” dopo la fine della scuola. I bambini dormivano lontani da casa e dalla città per tutto il periodo e, principalmente, ci si dedicava ad attività sportive o comunque a una vita a contatto con il verde o il mare. Dagli inizi del nuovo millennio il modello di vacanza cambia radicalmente. È la fine della “villeggiatura”, la durata della vacanza è più breve, e le famiglie cercano luoghi vicino casa dove piazzare i figli durante il lavoro. Nascono così questi centri che li accolgono dalla mattina presto fino al primo pomeriggio, dove vengono organizzate attività più o meno divertenti, per lo più sotto la guida di giovanissimi e inesperti animatori/educatori.

Alessio ha quarant’anni e conosce da vicino questa storia: «Ho lavorato spesso nei campi estivi, la gestione è terribile. Ti pagano di norma cinque euro all’ora per otto ore di lavoro al giorno, cinque giorni a settimana. Per una persona della mia età è mortificante, infatti ho smesso di farlo. Ho lavorato negli ultimi anni al Vomero, in una scuola dove c’erano più di centocinquanta iscritti, con quindici istruttori, insomma una cosa grossa. A giugno, quando la scuola chiude, c’è un’associazione che di fatto prende possesso della scuola. È una scuola grande, usano la palestra, il campetto esterno; per chi lavora è molto pesante perché lo spazio da controllare è enorme. Le famiglie pagano centocinquanta-duecento euro a settimana per tenere i figli in un parcheggio orario, a mollo intere giornate in una piscina con l’acqua che sembra quella delle mozzarelle, a giocare a pallone senza sosta per tre-quattro ore di fila, facendogli pranzare pennette con una spruzzatina di sugo e cotolette dure come un mattone. L’unica cosa buona (per me naturalmente, non per i bambini) del pranzo era che nessuno si sognava di fare sforzi per far mangiare la frutta ai bambini e quindi io me ne tornavo a casa con un paio di chili di mele o di pere ogni giorno».

Ho resistito circa un mese al campo e oggi mi rendo conto della differenza tra i primi giorni e gli ultimi. Appena arrivata ero scandalizzata da ogni cosa, mi pareva assurdo in particolare che i bambini venissero trattati come animaletti incapaci di comprendere qualsiasi frase detta con un tono di voce normale. Quando ho cercato di farlo notare mi è stato detto che noi non possiamo fare le educatrici, il nostro ruolo è tenerli lì buoni senza che si facciano male. Per raggiungere l’obiettivo è lecito usare “qualsiasi metodo”.

“Qualsiasi metodo” però non funzionava, soprattutto con i bambini che avevano problemi di socializzazione, o altre difficoltà cognitive. Ci veniva detto di evitare il rapporto uno a uno ma per noi, che non abbiamo competenze specifiche, era impossibile seguirli adeguatamente mantenendo il controllo anche del resto del gruppo. In alcuni momenti ho dovuto alzare la voce per evitare pericoli e sono stata male comprendendo immediatamente, dallo sguardo dei bambini, quanto fosse ingiusto mettersi a urlare in certe circostanze. Eppure, arrivata agli ultimi giorni di “lavoro” tutto sembrava più normale, mi stavo abituando all’idea di non poter migliorare la situazione.

Quando poi si andava troppo in difficoltà arrivava il momento del bagno in piscina… Ogni giorno se ne faceva più di uno, della durata di almeno mezz’ora. Il rituale era fisso: accompagnavamo i bambini a mettere il costume e la cuffia, spalmavamo le creme, gonfiavamo i braccioli e poi dritti in acqua. Noi animatrici eravamo perennemente osservate, eppure cercavamo di pensare ad altro, ci convincevamo di essere paranoiche. Sedute sul bordo piscina applaudivamo alle acrobazie dei bambini ma alla fine arrivava sempre qualcuno a dar fastidio: il bagnino, il capo, il ragazzo del bar, il tipo che portava gli scatoloni, c’era sempre in giro un uomo di minimo venticinque anni che si avvicinava con un “complimento” nuovo ogni giorno, sul nostro costume, la pancia, i capelli, la bocca o il culo. Noi ci limitavamo ad annuire, mentre lo stomaco si rigirava su se stesso. Le ragazze più grandi ci raccontavano storie assurde sui lavori fatti in passato e dicevano che in fin dei conti lì si stava persino tranquille.

Quando, dopo un mese e mezzo, sono uscita per l’ultima volta dal cancello del campo, i bambini mi hanno salutato con infinito affetto, così come le altre ragazze. Saranno le uniche cose che mi mancheranno di questa esperienza per il resto dell’estate. (viola varlese / laboratorio di narrazione)

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