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7 Settembre 2026

Un Olimpico di sabbia. La storia degli Squaletti di Ostia

Paula De Jesus

Foto di Paula de Jesus. 

Alla foce del Tevere, dove il fiume incontra il mare, c’è un pezzo di Roma che molti conoscono soltanto per un fatto di cronaca. L‘Idroscalo di Ostia è l’ultima borgata completamente autocostruita della capitale: nata negli anni Sessanta, abitata da circa un migliaio di persone, sospesa da decenni tra conflitti urbanistici e un lungo mancato riconoscimento istituzionale. Il suo nome è rimasto legato soprattutto all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto il 2 novembre 1975 poco distante dall’abitato. Ogni anno, in quella data, arrivano autorità, giornalisti e curiosi. Poi il silenzio torna a occupare questo lembo di costa. O quasi.

Ostia è stata raccontata come quartiere mafioso, come quartiere fascista, come terra senza stato, senza legge, senza storia. Le città spesso si creano il proprio doppio negativo, per brillare di più, per espellere tutto il male fuori dai loro confini. E Ostia spesso ha giocato la parte di chi assorbe i mali della città. L’abbiamo visto negli anni di Mafia Capitale, quando Ostia fu il capro espiatorio di Roma; in seguito, quando tanti giornalisti sciacalli la usarono per presentarsi come paladini dell’antimafia, ottenendo onori e visibilità. Sempre alle spalle dei quartieri più poveri, come l’Idroscalo.

Ma da qualche mese, ogni sabato mattina, all’Idroscalo succede qualcosa di diverso. Il pallone rimbalza male sulla sabbia. A volte affonda, altre schizza via all’improvviso. Quando finisce contro gli scogli bisogna andare a riprenderlo. Intorno non ci sono spalti, tribune o spogliatoi. Non c’è lo stadio Olimpico, non c’è neanche il nuovo stadio da sessantamila posti progettato da un miliardario statunitense che si è fatto regalare ettari ed ettari di terreni pubblici. Ci sono solo il mare, da una parte, e dall’altra le case dell’Idroscalo. Quel rettangolo di terra battuta è diventato il campo degli Squaletti, i bambini dell’AS IdrosQalo Calcio.

Fino a pochi mesi fa c’era solo un pezzo di sabbia delimitato dai jersey di cemento rimasti dopo le demolizioni del 23 febbraio 2010: quando le ruspe del sindaco Alemanno distrussero trentacinque case del quartiere scelte arbitrariamente, deportando i residenti in un centro d’accoglienza. Alcuni degli ex abitanti vivono ancora lì dentro, sedici anni dopo. «Manco una piazza sono riusciti a fare», dice una donna che abita proprio davanti al campo.

Forse è questa la definizione più precisa; perché quel campo, in fondo, è diventato la piazza che l’Idroscalo non ha mai avuto. Il 2 novembre scorso, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Pasolini, invece di limitarsi a commemorare anche la sua grande passione sportiva, tre allenatori dell’ASD Ostia Calcio 1884 hanno deciso di riportare un pallone in quel luogo. Le prime porte erano costruite con tavole di legno che una mareggiata ha portato via. Dopo un appello pubblico ne sono arrivate di nuove, insieme ai palloni, alle divise, agli scarpini e ai parastinchi donati da associazioni, commercianti e semplici cittadini.

Da allora gli allenamenti non si sono più fermati. Ogni sabato. Con il sole, con il vento, con la pioggia. I ragazzi arrivano prima dell’orario. Aspettano i mister, montano le porte, iniziano a palleggiare. Gli allenamenti durano poco più di un’ora, ma quasi nessuno va via subito dopo. Il campo continua a vivere fino all’ora di cena.

Ascoltando gli allenatori si capisce presto che il calcio è solo una parte della storia. «Se vuoi allenarti, prima devi andare bene a scuola», «mangia bene», «rispetta gli altri». Le indicazioni tecniche si alternano a quelle educative. Un giorno li ho sentiti parlare tra loro. «Tu non sai la gioia e la fatica», «mi devastano emotivamente», «non puoi salvarli tutti». In quelle frasi c’è il peso di un impegno che va molto oltre lo sport. Per anni l’Idroscalo di Ostia è stato raccontato quasi solo attraverso ciò che gli mancava: servizi, riconoscimento, sicurezza, progetti. Oggi, invece, vale la pena raccontarlo attraverso ciò che c’è. Un gruppo di bambini che gioca, tre allenatori che ogni sabato mantengono una promessa, una comunità che si ritrova. Gli Squaletti lo chiamano il loro Olimpico. Guardando le loro partite, viene da pensare che abbiano ragione. Perché uno stadio non è importante per il cemento con cui è costruito, ma per le storie che riesce a contenere. (paula de jesus)

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