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culture
25 Maggio 2014

Bagnoli raccontata dai vinti

Luca Rossomando
(archivio disegni napolimonitor)

Sabato 24 maggio alle 10,30, nel circolo Ilva di Bagnoli, Guido D’Agostino, Maria Antonietta Selvaggio e Francesco Soverina hanno presentato il libro di Aurelia del Vecchio “Un luogo preciso, esistito per davvero. L’Italsider di Bagnoli” (2014, Polidoro editore). Del Vecchio, ex impiegata dell’Italsider, militante del PCI e della FIOM negli anni Settanta e Ottanta, utilizza lo strumento del memoriale per tornare su uno dei momenti decisivi della vicenda Italsider, l’accordo del maggio ’84 tra azienda e sindacati, che dimezzava la forza lavoro in cambio di garanzie produttive, e il referendum tra i lavoratori del luglio successivo, i due atti che segnarono l’inizio di un cammino che doveva condurre allo spegnimento dell’area a caldo nell’ottobre del ’90 e alla definitiva dismissione dell’acciaieria nel giro di un paio d’anni.

All’epoca l’autrice apparteneva all’area dei cosiddetti irriducibili, coloro che non si conformavano all’accordo sottoscritto dai vertici sindacali senza l’avallo del consiglio di fabbrica e che denunciavano, nella consultazione referendaria dei lavoratori, minacce, ricatti e intimidazioni da parte dell’azienda. L’Unità, organo di stampa del Pci, li definì i Masaniello di Bagnoli, e più tardi qualcuno dovette riconoscergli il ruolo di cassandre, perché furono tra i primi a prevedere il rapido declino dello stabilimento flegreo, nonostante la ristrutturazione da milleduecento miliardi avvenuta qualche anno prima, che l’aveva reso uno degli impianti più competitivi e moderni d’Europa.

Il racconto di Aurelia del Vecchio – che da un lato riprende le annotazioni intime di un diario tenuto in quella calda estate di trent’anni fa, e dall’altro ritorna sugli avvenimenti di allora con uno sguardo retrospettivo – è la storia di un lutto che, come lei, in tanti hanno faticato a elaborare, risentendo nel corpo e nella psiche dello sradicamento da una comunità fatta di relazioni profonde, divenuta per molti quasi una forma mentis, un canale privilegiato attraverso il quale rapportarsi con il mondo, e che restò tale anche quando smise di esistere fisicamente il luogo che la racchiudeva, trasfigurandosi in un immaginario personale, sempre più intimo e incomunicabile. Nelle parole di allora traspaiono l’ansia e lo sconcerto per quel che si stava consumando e su cui non c’era modo di esercitare influenza; in quelle scritte trent’anni dopo si aggiunge la rabbia e l’amarezza per un futuro promesso e mai neppure cominciato.

In assenza di studi sistematici, analisi storiche, affreschi romanzeschi – con l’eccezione di Ermanno Rea, che ne “La dismissione” illumina però solo una parte di quella vicenda –, questo libro ha il merito di ricordarci che le contraddizioni del nostro presente non sono mai slegate dagli avvenimenti del passato. E se la prima, inevitabile associazione che viene da fare, leggendo di “Bagnoli non si tocca”, è quella con “Pomigliano non si piega”, comprese le simmetrie dell’accordo contestato e del referendum con le mani legate, fino all’isolamento nell’opinione pubblica dei lavoratori refrattari, la loro discriminazione in azienda, l’ostilità dei governi, il ruolo amaramente profetico sul destino di una fabbrica in progressiva dismissione; dall’altro la vicenda degli irriducibili dell’Italsider ci interroga su un campo ancora più vasto, che comprende il modo spesso dissennato, ideologico, non pianificato con cui è stata condotta la deindustrializzazione nei nostri territori; e la parte avuta in questo processo dai dirigenti della sinistra, la repentina conversione di molti dalle parole d’ordine operaiste a una concezione opposta, spesso non verificata, di progresso; le lotte per il potere rivestite di nomi e simboli altisonanti, il rapido sbriciolamento del legame un tempo viscerale tra i lavoratori e le loro organizzazioni, fino alla miriade di destini individuali segnati da sofferenza, rancore e disincanto, storie che non riguardano più solo un partito o un sindacato ma appartengono ormai a tutta la città, perché da quelle scelte, lacerazioni e conflitti si è formata la classe dirigente che poi ci ha governato per quasi vent’anni. È una storia di vinti, ancora in qualche modo segnati da quella resa, che nel volgere lo sguardo sull’opera dei vincitori di allora, non possono certo rallegrarsi del paesaggio incompiuto che ci lasciano in consegna, della attuale inconsistenza di obiettivi concreti e riferimenti ideali, e di una sorte che con il passare del tempo sembra sempre più accomunare gli uni agli altri. (luca rossomando)

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