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30 Ottobre 2023

“Il tempo qui non passa mai”. Una giornata al pronto soccorso

Sirya Micera
(archivio disegni napolimonitor)

I pronto soccorso di tutto il paese vivono una situazione di continua emergenza. Quest’estate, il caos dell’ospedale Cardarelli di Napoli, in cui le barelle con i malati erano ammassate a trenta centimetri l’una dall’altra, ha fatto gridare allo scandalo. Dottori e infermieri hanno protestato con il lutto al braccio. A causa delle disfunzioni della “medicina del territorio” (medici di famiglia, guardie mediche, strutture sanitarie intermedie), la maggior parte dei pazienti che giungono al pronto soccorso sono codici bianchi e verdi: hanno problemi considerati lievi ma non sanno a chi rivolgersi. Poiché in medicina d’urgenza si riversano tutte le domande di assistenza sanitaria, aumenta così il sovraccarico lavorativo dei dottori e del personale, mentre le segnalazioni di inefficienza legate ai tempi di attesa e di sbagliata gestione clinica sono diventate tante.

Pubblichiamo a seguire il resoconto di una giornata come tante nel pronto soccorso di un ospedale in provincia di Napoli.

*     *     *

«Che ore sono?», chiedo perché non so vedere l’orologio.

«Signorina sono le nove e qualcosa», mi risponde cordiale un signore mentre si tocca il braccio dolorante.

«Grazie», non faccio in tempo a dire che un infermiere, nell’atrio principale, si affaccia nella stanza. Le sue mani sono ferme sul manubrio di una carrozzella. La paziente che trasporta è una donna anziana: ha un ago in vena, la bocca aperta, lo sguardo dritto davanti a sé. «Non porta bene. L’orologio appeso al muro non porta bene – dice l’infermiere –. Sono le otto. Le otto e qualcosa», dice guardando l’orologio.

«Ancora?!», gli fa una signora seduta in fondo alla sala.

«Signora! – controbatte l’infermiere con stizza – E che è, colpa mia? Il tempo in ospedale non passa, mettetevi l’anima in pace».

Nessuno parla più. Il signore di fronte a me continua a toccarsi il braccio, due signore al suo fianco chiacchierano sottovoce, alla mia sinistra un ragazzo africano dorme appoggiato al muro della porta d’ingresso. Accanto a me una donna sulla sessantina caccia dalla borsa una busta: all’interno c’è un gomitolo di lana e i suoi ferri. «Se ci vuole tempo, ci vuole tempo», ripete tra sé mentre inforca gli occhiali.

Alle nove in punto la signora seduta in fondo alla sala inizia a dire: «Sto dalle cinque del mattino. Dalle cinque… e ancora niente». Poi si schiarisce la voce: «È vivo, è morto, sta bene? Di sto cristiano non so più nulla». Alza la testa al cielo, poi con uno scatto repentino si fionda verso la porta: è passato un medico. «Di Perrotta si sa qualcosa?», la si sente dire.

*     *     *

Fuori la piccola stanza d’attesa, all’entrata del pronto soccorso, ci sono altre persone. L’entrata è piccola, le sedie sono rotte, i muri di un azzurro sbiadito. Sparse ai lati ci sono alcune sedie a rotelle, quella più vicina all’entrata è occupata da un ragazzo bruno con un piede gonfio e violaceo. Ha gli occhi fissi sul cellulare e aspetta insieme al padre il suo turno per entrare. «La mamma gliel’aveva detto di non andare a giocare il sabato – conversa il padre con un vicino –, ma chille è capa tosta, ha messo male il piede e mo non riesce più a metterlo a terra».

Sedute di fronte a loro, due signore anziane molto grasse chiacchierano. La più grande ha provato a camminare un paio di volte ma quando poggia i piedi a terra la si sente urlare dal dolore: ha le gambe a colonna  a causa del lipedema; è scalza e il vestito che indossa a volte rimane incollato alla coscia a dispetto dei tentativi di tirarlo giù della signora seduta a fianco.

Una grande porta automatica di vetro separa tutte le persone presenti in sala dal personale sanitario. Alcuni infermieri chiacchierano dietro la scrivania che  si trova all’interno; a volte si affacciano verso le barelle accostate al muro di fronte a loro, ma ai pazienti sdraiati sopra non si avvicinano mai. Alle 9:20 l’autoambulanza trasporta una donna anziana con l’ossigeno. Alle 9:25 una Fiat Punto parcheggia fuori l’entrata, dalla macchina escono due giovani donne, un signore sulla cinquantina e due ragazzi. Uno di questi, quello più alto, ha una pezza da cucina legata in testa, la faccia bianca e le ascelle sudate. «Nulla di grave – dicono gli infermieri –, può aspettare un attimo». Alle 9:55 i dottori chiamano la signora Perrotta.

Le sirene dell’autoambulanza sono molto forti, la gente in sala si tappa le orecchie. I paramedici aprono le porte e corrono con la barella verso la porta vetrata. «Codice rosso!». Le persone in sala chinano la testa, c’è chi sospira forte.

Dieci minuti dopo arrivano i parenti del codice rosso. Due donne: sono mamma e figlia. La mamma ha il viso rosso; con un fazzoletto si soffia il naso e con la sinistra si asciuga le lacrime. «Stava bene Naomi, stava bene – ripete piangendo alla ragazza –; gli ho chiesto: oggi che ti vuoi mangiare Antonio? La pasta asciutta o il pesto? Ma lui non mi ha risposto. Era già caduto a terra».

Alle 11:00 il ragazzo con la pezza da cucina in testa non è ancora entrato, il ragazzo sulla sedia a rotelle manda messaggi su Whatsapp, la signora in fondo alla sala continua a sferruzzare. Un’ambulanza privata trasporta un signore sull’ottantina con il naso rotto. Alle 12:20 da una Ford parcheggiata all’entrata esce una ragazza ansimante che il fidanzato accompagna al desk. Alle 12:20 i parenti del ragazzo ferito in testa iniziano a sbuffare. La guardia giurata, che sosta nei pressi della vetrata automatica, chiama alcuni cognomi, la sala d’attesa si decongestiona un po’, tra chi finalmente entra e chi finalmente se ne va. Il signore con il braccio dolorante viene visitato, al giovane calciatore viene messo il gesso, il ragazzo africano torna a casa con suo zio. Alle 12:45 chiamano la famiglia del signor Russo ma nessuno risponde.

Alle 13:30 alcuni ordinano da asporto mentre altri mangiano qualcosa che hanno comprato ai distributori automatici. Alle 13:40 un’altra autoambulanza arriva in ospedale: una donna colta da improvvise doglie viene trasportata subito al pronto soccorso del reparto ginecologia. Cinque minuti dopo un ragazzo con il dito rotto arriva accompagnato dalla madre. Le due signore grasse sedute nel triage mangiano dei panini, mentre un addetto alle pulizie spazza a terra le briciole. Poi con il mocio in mano inizia a lavare alla meglio il pavimento. «Signore – dice a un tratto –, non alzatevi è bagnato». «Giuvino’ – risponde quella più grassa – ma chi c’ha fa?». Alle 14:15 la guardia giurata entra di nuovo nel triage. «Russo! I parenti di Russo?», urla più forte. Nessuno risponde.

Alle 14:30 il suono dell’ambulanza echeggia di nuovo. I paramedici trasportano sulla barella un signore caduto dalle scale, si fanno largo tra le persone che aspettano all’entrata e finiscono la loro corsa due metri dopo quando lasciano il paziente oltre la vetrata. «Che hai portato?», dice l’infermiere del desk al giovane paramedico. «Uomo, sessant’anni, cosciente. È caduto dalle scale». Cinque minuti dopo arrivano i suoi parenti.

Un paramedico è seduto su una delle sedie a rotelle sparse all’entrata. Con gli occhi chiusi cerca di riposare quando a un tratto la pacca amichevole di un infermiere lo sveglia. «So’ stanco – dice il paramedico all’infermiere –, so’ stanco di vedere tutta questa gente soffrire. So’ stanco Genna’».  L’infermiere non sa che dirgli, si stiracchia, scava nella tasca alla ricerca di una sigaretta. «Non è finita la tua pausa?», gli risponde e basta.

Alle tre del pomeriggio la famiglia arrivata alle 9:25 non ce la fa più. Da un paio d’ore le loro lamentele sono diventate sempre più forti. Il padre del ragazzo, seduto tranquillo da quando è arrivato sulla sedia a rotelle, decide di rivolgersi agli infermieri: «A me non me ne fotte – urla –, po’ veni’ pure un codice rosso, mo tocca a lui e basta». La guardia giurata cerca di mediare mentre gli infermieri a loro volta spiegano di non essere i responsabili della lunga attesa. «Fate sempre questo però – si inserisce a un tratto una signora sulla cinquantina –, vi approfittate della nostra pazienza». «Signora – le risponde la guardia giurata senza scomporsi – vedete che tra un po’ il dottore vi chiama».

«Signora lasciate perdere», interviene la donna con i ferri in mano.

«Qua la gente muore, c’esseme ‘a sta’ pure zitt’? – controbatte la cinquantenne – Se fosse un parente loro a stare male vorrei vedere…», dice rivolgendosi a tutti.

«Signora – risponde di nuovo la guardia giurata –, i dottori non ci sono. Qui, ora, in questo pronto soccorso, ce n’è solo uno».

«E come fanno a gestire un ospedale così?», risponde lei.

«Ma infatti non lo fanno signo’, non lo fanno», sospira un paramedico quasi parlando tra sé.

*     *     *

Alle 17:00 la guardia giurata entra di nuovo del triage, chiede di Russo per l’ennesima volta ma non si palesa nessuno. «La giornata è lunga e hanno ancora tempo per arrivare», dice l’infermiere al collega mentre lancia uno sguardo al signore anziano rimasto sulla barella.

Alle 17:30 un medico esce dall’ingresso principale, ha gli occhi rossi e il viso affaticato: ha finito il suo turno. (sirya micera – laboratorio di narrazione)

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