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culture
25 Giugno 2013

L’apparenza in canna

Cyop e Kaf
(foto di cyop&caf)

Domenica, fine giugno. Andare a mare è più fatica che piacere. Dopo una colazione fuori tempo massimo al Brazil del corso Garibaldi m’imbocco nella via a Eleonora Pimentel Fonseca dedicata. Al fondo s’intravedono cime d’alberi sbandierati da un leggero venticello. Perché Vittorio Emanuele o Umberto I hanno un corso e la martire pettoruta del ’79 una sgangherata straduccia è cosa neanche troppo misteriosa, ma val ben la pena fermarsi a riflettere. Almeno la domenica mattina perché non farci domande tipo: perché siamo incapaci di nominare questi alberi che s’intravedono? Pasolini scrisse che il cinema era il linguaggio della realtà, il luogo dove un albero non è più una categoria ma il suo specifico essere: pioppo se pioppo, quercia se quercia. Tutta questa ignoranza se da un lato ti squarcia, dall’altro ti sprona, come dire, a cercare uno scorcio: un punto di vista obliquo, almeno rasente a quella materia che intuisci bollente. In effetti mi chiedo cosa cazzo sto pensando, e per far esplodere la bolla varco quella che è la soglia del cimitero degli inglesi. La verità? D’inglesi poche tracce, ché il cimitero è protestante. Quindi monumenti funebri (pochi) di famiglie vissute a Napoli nella seconda metà dell’Ottocento, ma di diversa provenienza: svizzeri, francesi, brandelli di quanto fu Prussia. Le scritte scavate nel marmo nelle rispettive lingue ci fanno sapere poco o niente sulla vita dei sepolti. C’è un angelo – alato, ovvio – scolpito e annerito dal tempo, soverchiato di muschi porosi. L’angelo dicevo, scuro scuro tranne laddove passa uno passa l’altro, carezza su carezza del passante ignoto-devoto, la faccia l’ha consunta, bianca e tonda, come un Moore, inglese – questo sì – scolpito dal tempo, involontariamente. Che fa quest’angelo? S’appresta a varcare una porta, senza cardini e di marmo, inamovibile. La scultura questo tiene di bello, che si fa girare intorno; e allora mi precipito alle spalle della porta. Niente. Niente di niente. Penso, mo mi sentono: e tu fusse l’aldilà? Ma miettete scuorno. Nemmeno un fiore, solo prato secco e sterco di cane.  Deluso passo al monumento appresso, una microbaita sigillata che da un foro lascia intravedere il contenuto: un tavolo di legno e una sedia. Lo scrittoio delle anime in pena?

Mi spingo oltre certe transenne che segnano il confine con l’altra metà del cimitero, inagibile perché quello che fu edificio di custodi e giardinieri perìcola. Ed eccolo Mimmo, il custode di turno. Mi rimanda nell’altro emisfero con garbo, spiegando, raccontando, con voce bassa di tono non di volume.

«Guagliò, tu ccà nun può sta’, non mi dire niente, è tutto pericolante. Lo vedi chillu coso llabbascio: p’ò cade’ ‘a ‘nu mumento a n’ato. Eh, sapisse… stiamo abbandonati. Nient’acqua, capisce? ‘Nu parco senz’acqua! L’erba è bruciata pecché nun s’arracqua. E giardinieri veneno, tagliano i rami secchi, ma senz’acqua? Je so custode, avessa arapì e chiudere, punto. Ma mo me so rutto ‘o cazzo ‘e vivere dint’ ‘a fetenzia, je e ‘nu collega, ‘o vvi’, ci siamo messi a pulire tutto, munezza su munnezza. Non è pe’ dimostrà niente a nisciuno, ‘o faccio pe’ me. Voglio campa’ dint’ ‘o pulito, e po’, se devo stare buttato sei ore qua dentro, preferisco ‘e fa coccosa; l’ommo ‘a tene ‘na dignità o no guagliò? Neanche i cessi teniamo, pisciamo dietro agli alberi. Primma tenevemo ‘na specie ‘e ufficio, dint’ a chella tomba, vide vide, ce stanno ancora ‘o tavolo cu ‘na seggia. Qua se ne fottono tutti, nun ce sta cura. Loro ci abbandonano e vabbuò, ma pure nuje, ma simme uommene o no? (…) Je ‘e mestiere fosse sarto – siente buono ‘stu raccunto giovanotto, è curto ma overo ­–, una volta, jette ncoppe ‘a municipalità dicenno: tengo n’idea, però vedite buono ca nun voglio altri soldi, ‘nu stipendio ‘o piglie già; pigliammo ‘sti guagliuncielli ca stanno sempe jettati miez’ a’ via e ‘mparammele ‘o mestiere. Ma ‘na formazione overa, no chelli strunzate che fanno lloro pe’ se magnà sule denari. A partì d’‘o presidente fino all’ultimo d’e scieme dicevano tutte quant’: bell’idea ch’hai avuto accà, bell’idea allà. ‘O juorno appriesso facevano finta ‘e niente, nun se ne parlava cchiù, maje cchiù…».

Le sedie che stanno nel cimitero-parco le portano gli abituè, così che se l’ombra si muove (o si muove la luce?), tutti la inseguono (in estate), o la rifuggono (in inverno). Le mamme con i bambini, i vecchi, gli occasionali, migrano di albero in albero componendo immagini di rara suggestione. Ma cos’è quest eros della decadenza?

Mimmo, insieme al collega di turno e altri comunali – come si autoproclamano –, continuano la discussione avviata con me poco prima. Chi aggiunge e chi toglie; è la più classica delle battaglie tra indolenti e smaniosi. Parole che vanno, vengono, ritornano, come le stagioni che attraversano il parco. Come le vite che soverchiano i morti che non abbandonano i vivi. Come le ossessioni che ci tornano in sogno. Come quando, tra i lamenti di un plàtano, sento Mimmo riattaccare: «Qua se ne fottono tutti, nun ce sta cura. Loro ci abbandonano e vabbuò, ma pure nuje, ma simme uommene o no?». (cyop&kaf)

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